Disabilità, un passo verso l’integrazione

Giornata Mondiale della Disabilità 2021.

Oggi, 3 Dicembre 2021 è la Giornata Internazionale della Disabilità, indetta nel 1992 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per promuovere la comprensione dei problemi della disabilità e mobilitare il sostegno per la dignità, i diritti ed il benessere delle persone con disabilità.

Se parliamo di comprensione e tutela dei diritti dei disabili, è logico pensare che questo sia la conseguenza di una discriminazione. È purtroppo vero infatti che i due termini disabilità e discriminazione vadano di pari passo, anche se è nostro dovere comprendere che non sono imprescindibili l’uno dall’altro.

Una discriminazione che è meno presente al giorno d’oggi, ma che comunque trova sempre un modo anche silenzioso per manifestarsi, a volte infatti essa potrebbe celarsi sotto la maschera del pietismo.

Il Pietetismo è una pratica di pensiero e comunicazione non onesta, che contribuisce poco o nulla alla corretta rappresentazione delle persone disabili che spesso avviene attraverso estremismi: o eroi che superano le fatiche di ogni giorno, piccoli angeli su questa terra mandati dal cielo, o esseri tristi, desolati ed emarginati la cui unica caratteristica sia quella della disabilità.

Spesso non ci si ferma a pensare che la vita di queste persone vada oltre la disabilità, che la disabilità non sia il solo ed unico pensiero di un disabile, ma che come tutti abbia gioie, dolori, soddisfazioni e delusioni.
Spesso non ci si ferma a considerare che una persona invalida abbia anche degli hobby, delle passioni, una vita sociale soddisfacente, buon gusto nel vestire o che pratichi degli sport. Proprio perché nell’immagine collettiva il disabile è percepito come circondato da un’aura di tristezza, solitario, escluso, emarginato.

Le Paralimpiadi per esempio, sono stata occasione di confronto, specialmente sui sui social network, sul tema della disabilità, e su come spesso si facciano degli errori di giudizio sfociando nel pietismo.

Questo post, apparso e ricondiviso su diversi social network, ha generato migliaia di interazioni e commenti. L’autore del post sicuramente mosso da buone intenzioni, ha voluto riportare un’immagine che secondo lui evoca sofferenza e lamento, elogiando indirettamente l’atleta disabile per la sua caparbietà e forza d’animo.

Quello che la sua analisi tralascia purtroppo è che quel nuotatore che tiene l’asciugamano tra i denti per tuffarsi, si trova in quella precisa situazione perché ha scelto di essere li, ha scelto di essere un atleta e di gareggiare in quella competizione e che per lui tuffarsi in quel modo è la NORMALITÀ. Il nuotatore non è li per ricordarci quanto siamo fortunati a non essere disabili ma sceglie di essere li per realizzarsi, per inseguire le sue passioni, per realizzare i suoi ideali.

Cosa vuol dire tutto ciò? Che spesso involontariamente potremmo trovarci davanti alla situazione di poter commettere un errore di interpretazione. Troppo spesso idealizziamo le persone disabili in maniera sbagliata, esse non rappresentano la “sofferenza vivente” ma sono persone che, come direbbe l’autore del post, si lamentano che piove, che fa caldo, che fa freddo, che la bistecca è troppo cotta e via dicendo…

Le parole e il mondo di termini che si associano alla disabilità sono purtroppo intrise di pietismo che sicuramente non è la giusta via verso l’integrazione, perché il pietismo si limita ad osservare il problema ma restandone distante. È proprio qui la differenza tra inclusione ed integrazione: il disabile è nello stesso luogo in cui sono io, nella mia stessa comunità, ma è percepito come diverso, come alieno. Tutto questo ha influenza non solo sulla comunità abile, ma sul disabile stesso che avverte la sua emarginazione e per paura del giudizio degli altri non si propone alla società, precludendosi esperienze che potrebbero arricchirlo sia di emozioni che di fiducia.

Per esempio, non a tutti verrebbe in mente di invitare una persona cieca a vedere un film, potrebbe sembrare una cosa insensibile, forse anche crudele. Scordiamo però che nel mondo delle sensazioni di un cieco, i suoni, le voci e perché no anche le reazioni di una platea, sono la sua “vista” e che quindi potrebbe comunque essere coinvolto nella narrativa e godere del piacere del film.

Ancora una volta questo esempio ci fa capire come una caratteristica invalidante non sia ciò che definisce un individuo, non sia il suo unico attributo, non sia in altre parole il centro del suo mondo, ma ciò che lo definisce sono i suoi gusti, i suoi desideri, le sue passioni, le sue qualità ed i suoi difetti.

Dall’altro lato, ignorare la disabilità fingendo che non esista è altrettanto sbagliato perché cela una falsa accettazione del disabile e quindi una grave ipocrisia. Non possiamo immaginarci un disabile come una persona qualunque, la sua disabilità va compresa così come le modalità per aiutalo/a nell’integrazione laddove ci siano barriere sociali o architettoniche che ne impediscano il regolare svolgimento.

Per raggiungere dunque la vera integrazione del disabile è necessario uno sforzo anche da parte della collettività che deve facilitare questo processo eliminando i falsi pietismi che l’ipocrisia che non fanno altro che sottovalutare la problematicità individuale che le disabilità comportano.

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