Intervista al dott. Visintini, uno dei fondatori del metodo GET per il trattamento dei disturbi borderline di personalità.

Che cos’è il disturbo Borderline di Personalità?

Il disturbo borderline è determinato sopratutto da una porzione del cervello che non riesce a funzionare in modo adeguato: l’amigdala (parte del cervello che gestisce le emozioni nrd) essendo iper-sviluppata impedisce lo sviluppo delle aree prefrontali (area implicata pianificazione dei comportamenti cognitivi complessi, nell’espressione della personalità, nella presa delle decisioni e nella moderazione della condotta sociale ndr).

Il soggetto non riesce quindi a decifrare le emozioni perché ne riconosce di base solo due: la rabbia e la tristezza, tutte le altre no. In più le conosce sempre in modo esclusivo (con l’esplosione impulsiva) e mai con un riconoscimento del proprio stato d’animo e quindi con la capacità di mentalizzarle.

Il paziente non ha quindi gli strumenti che gli permettono di gestire le situazioni della vita comune e di conseguenza lo fanno sentire alienato dal resto del mondo: non sente di avere la dignità di stare in mezzo agli altri e teme costantemente l’abbandono. Questo porta il soggetto ad evitare delle situazioni che potrebbero disregolarlo, automaticamente non fa mai delle esperienze reali di costruzione del proprio mondo emotivo nella giovane età perché evita le situazioni piuttosto che finirci dentro.

In cosa consiste il Metodo GET, a chi è rivolto e perché in questi anni si è reso necessario un trattamento di questo tipo?

Negli ultimi 15 anni la casistica si è ridotta molto in termini di età media una volta tra i 25 -30 e oggi tra i 16 – 25 anni. Questi dati ci hanno portato a studiare un trattamento che non si occupi solamente dei comportamenti disfunzionali ma che si prenda cura anche della personalità del soggetto. I comportamenti non sono altro che l’espressione della personalità e se non curiamo in modo dinamico anche la personalità del soggetto, avremmo solo dato una risposta sul comportamento ma non si sarà modificato altro.

Il pensiero del GET è stato: cominciamo ad affrontare la parte comportamentale fino a che il paziente struttura una propria capacità di mentalizzare, di cogliere il proprio stato d’animo e degli altri, di capire perchè sta male e cosa lo sta disregolando a livello emotivo. Una volta che ha gli strumenti per riconoscere le emozioni e gestirle, inizierà a farlo in senso più dinamico all’interno di gruppi con altre persone di modo che poi sperimenti le relazioni umane dove però lui diventa esperto di emozioni come gli altri

I gruppi esperienziali del GET sono luoghi di esperienza emotiva, quattro gruppi nella prima fase e quattro nella seconda, in cui al paziente non viene educato a qualcosa come in altri tipi di trattamento, ma è lui che costruisce insieme ai compagni del gruppo la propria esperienza, la propria idea di gioia, ansia, tristezza e rabbia.

Comincia a conoscerla iniziando a saperla descrivere in senso fenomenologico (cosa accade nella mia testa ndr) e attraverso l’esperienza fatta in un gruppo dove tutti parlano per esempio della tristezza, di come è avvenuta la crisi, o di come pianificare la crisi per evitare di evitare.

Il tema centrale del metodo GET è il gruppo. Per quale motivo il gruppo è cosi importante per questa tipologia di pazienti?

Nel mondo sono esclusi li sono inclusi. La grande maggioranza della terapie per borderline sono fatte in gruppo, la differenza è tra la terapia in gruppo e di gruppo. In gruppo vuol dire che io vado nel gruppo faccio le cose che devo fare ed esco (posizione individualistica) la terapia di gruppo invece è un concetto di lavoro di equipe: lavoriamo tutti insieme su quello che accade (ad esempio nel gruppo crisi, tutti portano un propria crisi che hanno avuto durante la settimana poi però il gruppo sceglie votando una crisi e tutti la trattano).

Ciò si rivela molto utile all’autostima perché si da ascolto e valore a tutto quello che il paziente sta provando: il gruppo si aiuta a vicenda ad esprimere i fenomeni che accadono nella mente del soggetto e quindi a ordinarli, rispetto alla sua sensazione di isolamento e caos emotivo.

Il metodo è strutturato in tre fasi diverse fra loro. Come si evolvono le fasi e i pazienti durante le fasi? A suo modo di vedere c’è una fase comune in cui i pazienti iniziano a “guarire”?

Dal suo ingresso e ogni 3 mesi, il paziente effettua dei test autoamministrati che vengono tradotti in diagrammi. In questo modo ogni 3 mesi il paziente ha la possibilità di confrontare i trimestri insieme al proprio tutor.

È un modo anche per combattere il loro pessimismo, questi individui non hanno mai la sensazione di cambiare veramente, ma davanti al dato se ne rendono conto. I primi cambiamenti li vediamo nei primi 3-6 mesi quando calano in modo significativo le ideazione suicidiarie, l’autolesività e i comportamenti disfunzionali.

Normalmente dopo circa 3 mesi passa dalla fase 0 alla fase 1 (ovvero il soggetto sa descrivere una crisi e la pianificazione). Tra i 9-12 mesi passano dalla fase 1 alla fase 2 (fase finale) in cui hanno finalmente acquisito una capacita di mentalizzare e non hanno più crisi.

Spesso si parla di soggetti con Disturbo Borderline proprio perché questo confine (borderline) è quello che separa i soggetti da una vita “normale” dalla società dall’inclusione. Esiste davvero un confine così netto?

È il paziente soprattuto che sente il distacco, si sente anormale, non adatto al mondo, indegno. Deve sempre nascondere com’è con vergogna perché teme che se gli altri sappiano come pensa, cosa fa e come ragiona venga buttato fuori.

I soggetti borderline vivono da pseudo normali sapendo di non esserlo. Tutto succede nella loro testa ma quello che accade è vero, perché se loro parlassero dei loro tagli, della loro sessualità, del loro uso delle sostanze la gente non capirebbe la loro sofferenza: la stragrande maggioranza di amici e famigliari pensano che sia un problema di volontà.

Sono persone che sono schiave del giudizio, di se e degli altri. Sono persone che hanno già una genetica predisponente, sono ipersensibili. Bambini che chiedono un tipo di attenzione a cui gli altri purtroppo non sempre riescono a rispondere, di conseguenza per loro l’ambiente diventa peggiorativo.

Proprio perché il disturbo condivide degli aspetti con altri disturbi psichiatrici (comorbilità) com’è possibile identificarlo con sicurezza, come si fa a rendersene conto?

Nella vita Il soggetto per le sue caratteristiche si configura in un certo modo a causa della sua ipersensibilità all’ambiente ecc. durante la sua vita, soggetto sensibile alla separazione, alla paura, molto sensibile alle relazioni umane.

L’espressione comportamentale può essere di tipo diverso (es. istrionico, narcisistico …) però quelle sono espressioni comportamentali del disturbo, dell’organizzazione che vengono classificati come disturbi dal DSM. 

L’organizzazione di personalità invece si esprime in vari comportamenti che possono essere: attacchi di panico, in alcuni casi disturbi biploari e alimentari.

La differenza è che nei pazienti borderline la comorbidità dipende molto dall’ambiente. Un paziente borderline per esempio ha degli sbalzi di umore che possono essere ricondotti al disturbo bipolare, la differenza sta nel fatto che in un paziente con configurazione borderline gli sbalzi sono influenzati da avvenimenti esterni (bella notizia, cattiva notizia) mentre per un paziente bipolare, il procedimento avviene indipendentemente dall’ambiente.

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