Lockdown, genitori e figli: da minaccia ad opportunità.

Della dott.ssa Mariela Browne Balestra, psicologa della Clinica Santa Croce.

Mascherine, distanziamento, disinfettanti e vaccini. Da oltre un anno la parola d’ordine è difendersi, immersi e nello stesso tempo isolati in un ambiente che nasconde soltanto insidie. Tanto che i gesti di affetto e di conforto, come il calore di un abbraccio o una mano che accarezza ed addolcisce i momenti difficili, sono passate da essere espressioni di spontaneità e apertura, a minacciose crepe nella propria corazza protettiva.

A furia di difenderci quindi, ci ritroviamo gli uni contro gli altri: gli anziani lasciati nella propria solitudine, adulti che si evitano e i giovani che sbottano. Proprio sui questi ultimi vige il sospetto più grande.

La categoria dei figli è vista come una scheggia ingestibile: pericolosi potenziali portatori di contagio loro malgrado. Scuole, assembramenti, esuberanze dell’età, tutti momenti che ora guardiamo con sospetto. Ad ogni loro rientro a casa sorge sempre la stessa domanda: l’avranno preso o no? Eppure sembra quasi che quelli che perdano di più in questa partita siano proprio loro. Ci sono gli anni più belli e forse più importanti della vita sottratti, con una adolescenza confinata in strane bolle di cautela. Quando recupereranno questo tempo consumato dalla paura? E sappiamo benissimo che il tempo non aspetta e non torna indietro.

Dopo un anno di pandemia, la paura del virus è ancora forte, si insinua nella relazioni e non più soltanto nelle cellule del corpo. La malattia, attacca non più solo il fisico ma anche la mente: la prefigura, l’anticipa, ne fa un disagio che mina certezze e senso di incolumità e oscura il futuro.

Il virus diventa quindi metafora di un mondo che non è e non sarà più quello di prima, trascinando con sé le sicurezze che ci hanno fatto sentire dominatori e padroni del pianeta: montagne che si sgretolano, “nevi eterne” che scompaiono, risorse che si assottigliano e non si rinnovano, clima che sconvolge terre e stagioni, acque e aria inquinate e via dicendo.

E, allora, quale futuro? O, per dirla allantica, ”quo vadis”? In quali spazi muoversi, quali tempi attendersi, verso quali porti di un immaginario post-tsunami pandemico navigare? E che cosa troveranno soprattutto loro, i neonati, i ragazzi, gli adolescenti di adesso? Macerie o prati fioriti?

Eppure, anche se sembra una frase fatta, chiusa una porta se ne apre unaltra, ogni caduta può essere unopportunità, ogni disagio, a saper guardare, potrebbe nascondere il proprio antidoto.  

In questo caso, la vera opportunità è quella di riscoprire il rapporto con i nostri genitori o figli, imparando (di nuovo) a parlarci, senza dimenticare che per interagire è necessario anche saper ascoltare, imparare a darsi l’un l’altro il tempo di incontrarsi, recuperare il tempo paziente della comprensione delle proprie differenze.

Significa imparare a essere genitori, dopo decenni di incuria e di affidamento dei figli e dei loro bisogni spesso nascosti a istituzioni e realtà esterne: la scuola, le varie iniziative di sostegno, gli esperti”, le distrazioni e i rifugi del web, che hanno sostituito e spesso svuotato i rapporti famigliari.  

Significa imparare a vivere e a far vivere i figli, grandi o piccoli, nellincertezza del presente e dellavvenire con un senso di personale sicurezza; in altre parole, trasmettere la solidità e la fiducia del proprio essere individui in un paesaggio nebbioso, dove lorientamento manca di cartelli indicatori precisi. Ancora una volta, tornare a se stessi, coltivare e aiutare a far crescere la forza delle proprie risorse, il dentro” che permette di affrontare il fuori”. Elalbero della foresta che si tiene saldo nella tempesta grazie alle sue radici: e i genitori dovrebbero essere le radici dei figli, neonati, ragazzi, adolescenti. Compito faticoso.

Per concludere, opportunità significa consapevolezza che ogni gesto, ogni silenzio, ogni omissione, ogni scelta individuale hanno conseguenze sugli altri: la pandemia ha evidenziato, in modo drammatico, come tutti siamo connessi in vita e in morte, come individui e come pianeta, e non soltanto, allegramente, sul web, regno devastante e devastato tra oblio, offese e noncuranze.

Dobbiamo stavolta disimparare che le relazioni umane siano riducibili a un click tra un mi piace” e non mi piace”. Una mascherina non messa o una lattina buttata lasciata in giro, per non parlare della plastica, su piani differenti esprimono la medesima mancanza di rispetto. È la terza opportunità: disimparare per imparare attraverso la consapevolezza che tutti siamo interconnessi: Una farfalla batte le ali a Pechino e a New York arriva la pioggia invece del sole”, già lo si diceva in Jurassic Park nel 1993. Infatti, il virus!

Mariela Browne Balestra

PSICOLOGA DELLA CLINICA SANTA CROCE

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