Uno sguardo approfondito sulla Schizofrenia

In occasione della Giornata Mondiale della sensibilizzazione sulla Schizofrenia approfondiamo origini, sintomi, cause, trattamento integrato e prospettive di recovery di un disturbo mentale complesso e stigmatizzato.

A cura del dott. Cristiano Parmigiani, Medico Psichiatra Junior della Clinica Santa Croce

Il termine “schizofrenia” fu coniato all’inizio del ‘900 dallo psichiatra svizzero Eugen Bleuler, combinando le parole greche “schizein” (dividere) e “phrēn” (mente).
Sebbene il nome possa erroneamente suggerire una “mente divisa” nel senso di personalità multiple, Bleuler intendeva descrivere una scissione di alcune funzioni mentali fondamentali come il pensiero, le percezioni, le emozioni e il comportamento.

La schizofrenia rientra nei disturbi psicoticiAlterazione dell'equilibrio psichico della persona cui consegue una perdita del rapporto con la realtà e disturbi del pensiero di cui è una tra le forme più diffuse nella popolazione generale, con una prevalenza lifetime stimata tra lo 0,3 e lo 0,7% (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, quinta edizione).È una sindrome clinica estremamente eterogenea e variegata, con un’ampia gamma di sintomi e presentazioni differenti tra gli individui affetti. I sintomi principali possono essere suddivisi in due categorie: positivi (manifestazioni nuove e anomale dovute alla malattia) e negativi (perdita di capacità che erano presenti prima dell’esordio della malattia).
I sintomi positivi comprendono deliri ed allucinazioni, mentre quelli negativi invece comprendono appiattimento emotivo, apatia, ritiro sociale, mancanza di motivazione e difficoltà nel pensiero logico e nell’associazione di idee. Nessuno di questi sintomi, se considerato singolarmente, è unicamente distintivo della schizofrenia. È questo il motivo per cui si utilizza spesso il concetto di “spettro schizofrenico” per descrivere la grande variabilità di forme cliniche e manifestazioni della malattia.

Come risultato di anni di ricerche, appare ormai piuttosto condiviso che le cause sottostanti non sono riconducibili ad un unico fattore, ma sono considerate multifattoriali, derivanti dall’interazione complessa di fattori genetici, ambientali e psicologici. L’esordio avviene tipicamente in modo graduale e insidioso, nella tarda adolescenza o giovane età adulta. Riconoscere tempestivamente i primi segnali d’allarme, come cambiamenti di comportamento, isolamento, deficit cognitivi o esperienze inusuali, è fondamentale per avviare quanto prima un trattamento mirato. Numerosi studi hanno evidenziato che gli interventi precoci sono associati a prognosi significativamente migliori a lungo termine.

Il trattamento della schizofrenia richiede un approccio integrato e multimodale.
Il trattamento farmacologico è senz’altro una componente fondamentale della cura, vista e dimostrata  la sua efficacia nel controllare i sintomi psicotici acuti come deliri e allucinazioni, nel ridurre i rischi di recidiva ed i ricoveri ospedalieri e nel migliorare, globalmente, la qualità della vita delle persona affette da questa patologia. Questo trattamento richiede esperienza e formazione specialistica al medico che la prescrive, e per tali ragioni è fondamentale che la persona affetta da schizofrenia si rivolga ad un medico psichiatra.
Tuttavia, la terapia non si limita ai soli farmaci. Una seconda componente essenziale è rappresentata dalla psicoterapia (spesso di stampo cognitivo-comportamentale) mirata a fornire strategie per migliorare abilità cognitive, relazionali, di gestione delle emozioni e prevenzione delle ricadute. Questo tipo di trattamento può essere condotto sia dal medico psichiatra, sia da uno psicoterapeuta che si è appositamente specializzato, e può in alcuni casi coinvolgere i principali caregiver del paziente.
Un terzo aspetto chiave è quello della riabilitazione psicosociale, ovvero interventi mirati sul territorio e nell’ambiente di vita della persona per facilitare il reinserimento nelle attività quotidiane, lavorative, sociali e il recupero di una vita il più possibile autonoma e soddisfacente.
Il trattamento, in tutti i suoi aspetti, è rivolto ed orientato alla recovery, concetto recentemente sviluppato e traducibile nell’impegno a porre la persona affetta da schizofrenia nelle condizioni di poter condurre una vita soddisfacente e produttiva, anche se in presenza di alcune limitazioni imposte dalla malattia. La recovery è lo sviluppo, unico e personale, di nuovi significati e propositi mano a mano che la persona evolve a seguito della diagnosi di una patologia come la schizofrenia; è focalizzato al processo attivo di costruzione di un’esperienza di vita significativa, definita dalla persona stessa.

Questa condizione mentale complessa è ancora oggi circondata da molto stigma, misconoscenze e pregiudizi diffusi. Leggere testimonianze dirette di chi l’ha vissuta sulla propria pelle, come i classici “Diario di una Schizofrenica” di Marguerite Sechehaye o “Giornale di una mente disturbata” di Joanne Greenberg, può rivelarsi un’esperienza profondamente illuminante per comprendere appieno la complessità umana racchiusa in questa patologia, oltre le semplificazioni e le etichette.

Intervista alla dott.ssa Anna Saito per “Ticino7” del 11.05.2024

Siamo lieti di ricondividere l’intervista alla dott.ssa Anna Saito, apparsa sul magazine Ticino7. La dott.ssa Saito, che in passato ha collaborato con la Clinica Santa Croce in qualità di stimata professionista, ora esercita come consulente indipendente.

Fonte: Ticino7

Anna Saito crede nella vita e nelle possibilità del cambiamento

Diversodachi

uno spettacolo di Emanuele Santoro

Quando: Giovedì 23 Maggio, dalle 18:30 alle 21:00
Dove: Sala Dimitri della Clinica Santa Croce

Attraverso le pagine dei diari, delle poesie e dei racconti autobiografici di Gianmaria Terrani, nato nel 1973 con la Sindrome di Down, lo spettacolo “Diversodachi?” ci conduce in un viaggio intimo ed emozionante nella vita di una persona “diversamente normale”.
L’attore Emanuele Santoro presta la sua voce agli scritti di candore e profondità di Gianmaria, facendoci entrare nel suo mondo fatto di sogni, passioni, riflessioni acute e una contagiosa gioia di vivere.Un’opportunità per avere uno sguardo autentico sulla “diversità cognitiva”, abbracciare l’unicità di ogni essere umano, al di là di qualsiasi etichetta o pregiudizio, e celebrare la bellezza racchiusa nella diversità. 

Testi e testimonianze: Gianmaria Terrani, Graziano Terrani
Musiche dal vivo: Claudia Klinzing
Assistente alla regia: Antonella Barrera

 
 
 

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      Il mare dentro di noi: tracciare la rotta verso il benessere

      Attraverso la metafora della navigazione ed il racconto di Luca Sabiu, esperto velista, esploriamo i paralleli tra l’arte della navigazione ed il percorso verso l’equilibrio interiore. Un viaggio metaforico alla scoperta di sé attraverso tempeste emotive e mari tranquilli.

      Durante una recente traversata oceanica, Luca Sabiu, noto sailing coach, ha contribuito a realizzare il sogno di un padre di attraversare l’Oceano Atlantico con il figlio. Il ruolo di Luca è stato fondamentale per preparare mentalmente padre e figlio ad affrontare questa impresa.
      L’expertise di Luca Sabiu combina le competenze di un mental coach con una profonda conoscenza del mondo della vela. Il suo lavoro si concentra sull’approccio mentale degli skipper e sulla gestione dello stress a bordo.
      La preparazione mentale per una traversata oceanica presenta interessanti parallelismi con il percorso di cura in ambito psichiatrico. In entrambi i casi si intraprende un viaggio, con tutte le difficoltà che questo comporta, nella speranza di un cambiamento positivo. Ostacoli apparentemente insormontabili si frappongono spesso tra il punto di partenza e quello di arrivo. È proprio in questi frangenti che il supporto di una guida esperta può fare la differenza, aiutando la persona a scoprire le proprie risorse interiori.
      La Clinica Santa Croce, da sempre sensibile al valore terapeutico della natura e dello sport, ha voluto simbolicamente prendere parte a questa traversata, donando una bandiera a testimonianza del proprio sostegno a iniziative che promuovono il benessere psicofisico e un approccio olistico alle cure.

      Paralleli tra la navigazione in oceano e il Percorso di Cura

      La metafora del “viaggio” è particolarmente calzante quando si parla di percorsi di cura in ambito psichiatrico. Intraprendere un cammino terapeutico significa salpare verso una meta, la guarigione e il benessere, che all’inizio può sembrare lontana e difficile da raggiungere.
      Proprio come durante una traversata oceanica, il paziente si trova ad affrontare ostacoli che sembrano insormontabili: tempeste emotive, correnti contrarie come pensieri negativi ricorrenti, momenti di stallo. In questi frangenti risulta fondamentale poter contare su una guida esperta, qualcuno in grado non solo di suggerire la rotta ma anche di motivare e supportare nelle difficoltà.
      La navigazione insegna che non si può controllare il mare, ma solo imparare ad adeguarsi alle sue condizioni mutevoli mettendo in campo tutte le proprie capacità adattive. Allo stesso modo, in un percorso di cura si tratta di acquisire maggiore consapevolezza di sé e più costruttive modalità di risposta agli stimoli esterni e interni.
      Infine, la soddisfazione di tagliare il traguardo dopo una lunga traversata è paragonabile a quella di completare con successo un ciclo terapeutico, maturando come individui. In entrambi i casi l’approdo non è che la tappa di un viaggio molto più ampio, che continuerà anche dopo la meta raggiunta.

      Luca Sabiu, nel suo ruolo di “coach” nautico, guida le persone attraverso le sfide e le vittorie della navigazione, quali analogie vede con la cura psichiatrica?

      Io sono fermamente convinto che il mare sia davvero una cura per l’anima. Le persone, navigando in mare, possono essere quello che sono, non hanno bisogno di indossare maschere che spesso la società impone. In mare, hanno la possibilità di ascoltarsi davvero, evento difficile in una società che urla così forte. Una volta acquisite queste consapevolezze rimangono un valore per la persona stessa nella vita di tutti i giorni.

      Le onde della vita: accettare le condizioni del percorso

      Come in mare aperto, anche nel mare della vita incontriamo inevitabilmente tempeste e bonacce. Eventi stressanti, difficoltà relazionali o lavorative costituiscono onde che mettono alla prova il nostro equilibrio.
      La vela insegna però che non ha senso investire energie nel contrastare il moto ondoso in sé, su cui non abbiamo controllo. Ciò che conta è come reagiamo, governiamo la barca, orientiamo le vele per sfruttare al meglio le condizioni date e proseguire verso la nostra rotta.
      Allo stesso modo, nell’affrontare le sfide che la vita pone sul nostro cammino, è controproducente fossilizzarsi sugli ostacoli, contestando una realtà che non possiamo cambiare. Questo non farà che acuire frustrazione e senso di impotenza. È invece fondamentale imparare ad accettare serenamente le circostanze per quello che sono, senza giudizio.
      Da questa posizione di consapevole distacco, possiamo concentrarci con lucidità sulle nostre risposte, le uniche su cui abbiamo effettivo controllo. Possiamo allora attingere alle nostre risorse interiori e alle competenze acquisite per gestire al meglio la situazione, uscendone arricchiti e più forti di prima.
      Come nell’arte della navigazione, anche di fronte alle onde della vita la chiave sta nel saper leggere le correnti, adeguarsi prontamente alle condizioni mutevoli, e tracciare sempre la rotta migliore con gli strumenti a disposizione verso la meta desiderata.

      Trovare l’equilibrio nella tempesta emotiva

      Quando in mare aperto si scatena una tempesta, mantenere l’equilibrio della barca diventa una questione vitale. Il comandante deve calibrare continuamente la posizione delle vele, bilanciare il peso sull’imbarcazione, impartire i comandi giusti all’equipaggio. Ogni aggiustamento, per quanto piccolo, può fare la differenza tra il capsizing o la tenuta della rotta.
      Allo stesso modo, nel percorso verso il benessere mentale è essenziale riuscire a trovare un equilibrio emotive e comportamentale. Di fronte a stress, ansia, umore deflesso è facile perdere la rotta, essere travolti dalla tempesta interiore. È proprio allora che entrano in gioco gli strumenti e le competenze apprese durante il percorso di cura: riportare l’attenzione sul momento presente, adottare tecniche di rilassamento ed agire consapevolmente per soddisfare i propri bisogni.
      Come per il comandante in navigazione, si tratta di continue messe a punto guidate dall’interno, di mantenersi vigili per intervenire prontamente quando si rischia di perdere l’assetto. Questi accorgimenti fanno sì che le turbolenze interiori si affievoliscano senza travolgerci e disperdere i nostri progressi.
      Proprio come una barca che emerge indenne da una tempesta, attraversare periodi emotivamente burrascosi con consapevolezza e strumenti adeguati rafforza la nostra resilienza interiore e fiducia in noi stessi per il proseguimento del viaggio.

      Luca Sabiu, ha notato dei paralleli specifici tra la gestione delle tempeste in mare e la gestione delle sfide emotive nel percorso di cura psichiatrica?

      Il 7 ottobre 2017, durante una burrasca in una regata atlantica in solitario, ho vissuto un naufragio: ho dovuto lottare duramente per portare in salvo me stesso e la mia barca. In mare, così come nella vita, possono accadere imprevisti di questo tipo; sono tante le analogie nell’affrontare tempesta interiore ed esterna.
      In entrambi i casi bisogna cercare l’equilibrio e la resilienza per resistere; nessuno cerca volontariamente la burrasca, che però arriva comunque e va accettata come condizione esterna su cui non abbiamo controllo. Quante volte ho provato paura, in mare ma anche nelle difficoltà quotidiane! Poi però ho imparato che l’unica cosa che potevo fare era dare il massimo, in una condizione che non avevo scelto ma nella quale mi ero venuto a trovare.
      Era la mia unica possibilità per farcela e portare in salvo me stesso, così come un padre di famiglia lotta per i propri cari, un imprenditore per la propria azienda, un giovane per costruirsi un futuro.

      Ha dei consigli per chi sta affrontando una “traversata” emotiva nella propria vita e sta cercando di raggiungere un equilibrio e una stabilità duraturi?

      Ho un aneddoto che ben rispecchia il mio approccio. Una volta, mentre mi trovavo in banchina a Gibilterra in procinto di prendere il largo per l’Atlantico con alcuni allievi, un ragazzo adolescente mi fece più o meno la stessa domanda. Era un momento epico per quei giovani, che per la prima volta avrebbero respirato il vento dell’Oceano.
      Allora presi un pennarello e scrissi sulle sue braccia due cose: “Tieni la barca in assetto e fai quello che senti giusto”. Questi sono i consigli che mi sentirei di dare sia in mare che nella vita.
      Trovare il proprio equilibrio in questa società complessa non è sempre facile, ma rappresenta una guida preziosa: rispettando le nostre caratteristiche uniche possiamo raggiungere una genuina serenità. Essere autentici e coerenti con noi stessi è l’unica cosa che dura. Ognuno di noi è speciale a modo proprio: non ha alcun senso fingere di essere ciò che non siamo, per compiacere gli altri o le aspettative altrui.

      La bellezza di navigare il mare dentro di noi.

      Nella turbolenza degli eventi esterni che agitano il “mare della vita”, rischiamo di perdere di vista la rotta verso la nostra interiorità. Eppure è proprio in questo oceano interno che risiede la bellezza più autentica da esplorare. Intraprendere il viaggio alla scoperta di sé stessi richiede grande coraggio e impegno. Bisogna attraversare mari a volte torbidi, dove affiorano conflitti interiori, zone d’ombra da illuminare, correnti profonde da esplorare con delicatezza. Spesso in questa navigazione abbiamo bisogno di una guida competente, qualcuno in grado di aiutarci a decifrare le correnti ed interpretare gli strumenti necessari per procedere. Ma è solo indirizzando il timone verso la nostra rotta che realizzeremo davvero questo viaggio dentro noi stessi. E la bellezza sta proprio nel coraggio di salpare, nella costanza contro le avversità, nello stupore della scoperta quando meno ce lo aspettiamo, nella meraviglia della consapevolezza che nasce dentro di noi quando ci apriamo alla nostra interiorità.
      È questa la rotta che conduce al più autentico dei tesori: una rinnovata fiducia nelle nostre risorse, e la certezza che in qualsiasi tempesta possiamo trovare riparo grazie a noi stessi.

      Luca Sabiu, può condividere un momento particolarmente gratificante in cui hai visto qualcuno superare una grande sfida della vita tramite la navigazione?

      I momenti di gratificazione nel vedere qualcuno superare una sfida personale grazie alla navigazione sono davvero tanti. Uno che ricordo con particolare piacere risale al periodo post COVID: durante una difficile traversata nel Golfo del Leone, avevo a bordo un padre di famiglia salito per due settimane di navigazione. Voleva tornare in mare dopo un momento complicato della sua vita.
      Arrivati alle Baleari, improvvisamente mi abbracciò e mi disse: “Grazie per la rotta”. Io risposi scherzando che non doveva ringraziare, dato che era stato un ottimo timoniere. Lui mi guardò con gratitudine e precisò: “No, intendevo la rotta per tornare a essere la persona che ero prima di smarrirmi”.

      Corpo e cervello: tra percezione e rappresentazione

      Intervento della dott.ssa Fumagalli alla conferenza “Corpo e cervello: tra percezione e rappresentazione” dell’11.03.24 indetta dall’Associazione Settimana del Cervello della Svizzera Italiana in collaborazione con L’ideatorio USI.

      Fonte: Settimana del Cervello della Svizzera Italiana

      Quanto siamo il nostro cervello e quanto siamo il nostro corpo? Partendo da questa domanda, saranno affrontate due letture: la prima, quella delle persone che hanno subito una lesione del corpo e sono costrette a ricostruire una nuova identità corporea. La seconda, quella di come la nostra identità virtuale stia modificando il significato del nostro essere corpo all’interno della società e che, in alcuni casi, spinge fino al desiderio di preferire quell’immagine corporea modificata e filtrata al nostro corpo reale. Una chiacchierata intercalata a dei brevi intermezzi teatrali.

      Il Reparto ConTatto su “Pro Orselina” del 2024

      Leggi l’articolo a proposito del Reparto ConTatto della Clinica Santa Croce apparso sul magazine del “Pro Orselina” del 2024.

      Per ulteriori informazioni sul Reparto ConTatto cliccare qui:

      Reparto ConTatto

      Acqua e Mente: come l’idratazione influenza il nostro benessere mentale

      Un’idratazione adeguata é fondamentale per la nostra salute e per i processi fisiologici del nostro corpo, ma spesso trascuriamo che ha anche un impatto significativo anche sulla nostra salute mentale. Esploriamo il legame tra l’idratazione e il benessere psicologico, analizzando come bere a sufficienza possa influenzare positivamente il nostro umore, ridurre lo stress e migliorare la nostra capacità cognitiva.

      Il cervello e l’idratazione: un legame inscindibile

      Per comprendere appieno l’importanza dell’idratazione per la salute mentale, è essenziale capire prima di tutto il ruolo cruciale che l’acqua svolge nel nostro organismo, in particolare per il nostro cervello.

      Il cervello è composto per circa l’80% di acqua e richiede un adeguato apporto idrico per stimolare il corretto flusso di numerosi processi biochimici e fisiologici che regolano la sua attività.

      La carenza d’acqua può può alterare i livelli di elettroliti e sali minerali nel corpo, influenzando direttamente la trasmissione degli impulsi elettrici tra i neuroni del cervello. Questo può rallentare i tempi di reazione e compromettere la capacità di concentrazione e di elaborazione delle informazioni.

      Una idratazione insufficiente può anche causare una diminuzione del flusso sanguigno e dell’ossigenazione al cervello. Poiché il cervello ha un fabbisogno energetico molto elevato, una riduzione anche lieve dell’apporto di ossigeno può rapidamente influire sulle sue prestazioni.

      Quando siamo disidratati, il cervello rilascia inoltre ormoni antidiuretici che possono influenzare l’umore e la funzione cognitiva. Questo può portare a stanchezza, mal di testa, rallentamento dei riflessi e difficoltà di concentrazione, compromettendo così le nostre prestazioni cognitive e la lucidità mentale.

      Effetti dell’idratazione sulla salute mentale

      La disidratazione, anche lieve, può influenzare negativamente il nostro umore e aumentare i livelli di stress, irritabilità e ansia. Questo perché la carenza di acqua altera i livelli di molti neurotrasmettitori chiave nel cervello che regolano le nostre emozioni.

      Ad esempio, la disidratazione può causare un calo dei livelli di serotonina, il neurotrasmettitore associato al buonumore. Allo stesso tempo, può aumentare i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress.

      Questo squilibrio nei neurotrasmettitori può rendere più difficile gestire le emozioni negative e lo stress. La disidratazione può anche compromettere il flusso sanguigno e l’ossigenazione al cervello, influenzando ulteriormente il controllo dell’umore e delle emozioni.

      D’altra parte, mantenere un’adeguata idratazione può avere effetti benefici sulla salute mentale, contribuendo a migliorare l’umore e a ridurre i sintomi di condizioni come ansia e depressione. Un corretto apporto di acqua aiuta a mantenere livelli ottimali di neurotrasmettitori come la serotonina, il che può promuovere un senso di calma e benessere.

      L’acqua svolge inoltre un ruolo chiave nella regolazione del sistema nervoso, aiutando a mantenere l’equilibrio tra i neurotrasmettitori eccitatori e inibitori nel cervello. Questo equilibrio è cruciale per gestire in modo sano le risposte allo stress e alle emozioni intense.

      Consigli pratici per l’idratazione

      Se non vogliamo incorrere rischi che comporta la disidratazione ma vogliamo invece massimizzare i benefici dell’idratazione per il nostro benessere, potremmo seguire alcuni di questi consigli:

      1. Assicurarsi di raggiungere il fabbisogno giornaliero consigliato, che è di circa 2 litri (8 bicchieri) per le donne e 2,5 litri (10 bicchieri) per gli uomini. Questi valori possono variare leggermente in base all’età, al livello di attività fisica e alle condizioni climatiche.
      2. Bere acqua regolarmente durante il giorno, senza attendere di avere sete. Stabilire una routine per ricordarsi di bere a intervalli regolari.
      3. Portare sempre con sé una borraccia d’acqua, in modo da avere sempre a disposizione una riserva di liquidi e incoraggiare un consumo frequente.
      4. Tenere traccia dell’assunzione di acqua tramite un’app o un diario per monitorare le quantità bevute e assicurarsi di raggiungere l’obiettivo giornaliero consigliato.
      5. Incorporare cibi idratanti ricchi di acqua nella dieta, come frutta e verdura cruda ad alto contenuto di acqua, per contribuire all’adeguato apporto idrico.
      6. Limitare l’assunzione di bevande zuccherate, caffeina e alcolici che possono contribuire alla disidratazione e squilibri nell’umore.
      7. Rendere l’acqua più invitante aggiungendo fette di frutta fresca o erbe aromatiche per conferirle un tocco di sapore piacevole.
      8. Aumentare l’assunzione di acqua in condizioni di caldo intenso, dopo l’esercizio fisico o in caso di malattia per compensare le maggiori perdite di liquidi.
      9. Essere costanti nell’abitudine di bere acqua regolarmente per mantenere i benefici a lungo termine per la salute mentale.

      In un mondo sempre più frenetico e stressante, l’acqua si rivela una risorsa preziosa e accessibile per prenderci cura del nostro equilibrio mentale. Bere a sufficienza non è soltanto una questione di salute fisica, ma un vero e proprio investimento per la nostra serenità interiore e le nostre prestazioni cognitive. Integrare buone abitudini di idratazione nella routine quotidiana è cruciale per sfruttare appieno i molteplici benefici che un adeguato apporto idrico apporta al nostro benessere psicofisico complessivo.

      Autismo: comprendere per includere

      Ogni 2 aprile, il mondo si unisce per la Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo, un’occasione cruciale per educare, sensibilizzare e riflettere su questo disturbo neurosviluppo complesso e spesso frainteso. Insieme alla dott.ssa Anna Saito, psichiatra esperta nel trattamento dei disturbi dello spettro autistico, esploreremo le sfide affrontate dalle persone con autismo e come possiamo promuoverne l’inclusione nella società.

      L’autismo è un disturbo del neurosviluppo geneticamente determinato che interessa l’acquisizione, la ritenzione o l’applicazione di abilità sociali e specifiche. Le cause esatte dell’autismo rimangono in gran parte sconosciute (si ritiene che una combinazione di fattori genetici e ambientali possa contribuire al suo sviluppo) ma la sua manifestazione può variare ampiamente da persona a persona. Comprendere l’autismo richiede non solo consapevolezza dei sintomi e dei comportamenti associati, ma anche una visione più ampia delle sfide quotidiane che le persone con autismo affrontano.

      Le manifestazioni dell’autismo variano da individuo a individuo e possono influenzare diversi aspetti della vita quotidiana, inclusi il linguaggio, le interazioni sociali e il comportamento. Alcune persone con autismo possono mostrare una grande abilità in determinate aree, mentre possono incontrare sfide significative in altre. È importante riconoscere la diversità e l’unicità di ogni persona con autismo.

      Il riconoscimento precoce dell’autismo è fondamentale per garantire un intervento tempestivo e mirato. I segnali possono manifestarsi attraverso una serie di comportamenti, tra cui la ripetizione di movimenti o parole, una difficoltà nel comunicare e interagire, e una sensibilità sensoriale aumentata. La diagnosi avviene attraverso l’osservazione attenta e l’analisi delle varie aree di sviluppo, affiancate da test diagnostici funzionali.

      Sfide in salute mentale: Affrontare le complessità dell’autismo

      Le persone con autismo affrontano una serie di sfide in termini di salute mentale, che possono derivare dalla difficoltà nel comunicare e comprendere il mondo che le circonda. Queste sfide possono includere ansia, depressione, e problemi comportamentali. Per approfondire questo aspetto, abbiamo intervistato la dott.ssa Anna Saito, psichiatra esperta nel trattamento dei disturbi dello spettro autistico.

      “L’autismo è classificato tra i disturbi del neurosviluppo e pertanto è a tuti gli effetti un disturbo mentale. Presenta diversi gradi di gravità a seconda dei sintomi presenti” spiega la dott.ssa Saito “I sintomi principali includono disturbi della comunicazione verbale e non verbale, un disturbo della relazione, soprattutto a causa dei disturbi di comunicazione, e la incapacità di apprendere comportamenti sociali adeguati se non con un insegnamento specifico”.

      Le problematiche sono strettamente interconnesse e generano sfide importanti per gli individui con autismo “Nei casi più gravi, quando non si sviluppa una comunicazione funzionale, verbale o non verbale, c’è una sostanziale impossibilità di relazionarsi, di autodeterminarsi ed esprimere i propri bisogni e desideri. Mancando un mezzo comunicativo funzionale” prosegue la dott.ssa Saito “la relazione con l’altro non può essere innescata e nemmeno quindi realizzata. Inoltre, non riuscendo a cogliere pienamente il punto di vista altrui, gli individui con autismo possono incontrare difficoltà nell’apprendere cosa sia più opportuno fare in determinati ambiti sociali.”

      Quando si tratta di facilitare l’inclusione delle persone con autismo, la dott.ssa Saito sottolinea l’importanza di comprendere e accettare il loro funzionamento atipico. “Non dobbiamo cercare di interpretare le loro istanze in modo tipico o attribuire loro i nostri schemi di pensiero e situazioni psicologiche. Piuttosto, dobbiamo comprendere chi abbiamo di fronte e andare incontro ai loro gusti e interessi individuali.”
      “La creazione di un legame di fiducia è fondamentale” aggiunge la dott.ssa Saito. “Un soggetto con autismo ha bisogno di prendere fiducia negli altri, e questo può avvenire attraverso l’esplorazione di interessi condivisi che rendano la relazione più piacevole e coinvolgente per lui o per lei.”

      La Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo rappresenta un’opportunità cruciale per promuovere una maggiore comprensione e accettazione delle persone con autismo nella nostra società. Attraverso l’ascolto di esperti come la dott.ssa Saito, possiamo imparare ad abbracciare la neurodiversità e a creare ambienti inclusivi che valorizzino le unicità di ogni individuo. Solo con empatia, apertura mentale e un impegno collettivo possiamo abbattere le barriere e garantire a tutti, indipendentemente dalle loro condizioni, pari opportunità di realizzazione personale e sociale. Osservare questa giornata significa abbracciare un futuro più inclusivo e solidale per tutti.

      Il sonno: un alleato per il nostro benessere.

      Il sonno, alleato essenziale per il sistema nervoso e la regolazione dell’umore, svolge un ruolo fondamentale nella regolazione di numerosi processi fisiologici del nostro organismo. Per non perderci questi benefici ed incorrere in disturbi del sonno possiamo attuare alcuni stratagemmi.

      “È ora di andare a letto!” una frase che ha assunto diverse connotazioni nel corso della vita.
      Quando eravamo bambini, sentire questa frase ci creava tristezza perché non volevamo che la giornata finisse. Tutte quelle energie ancora da spendere, quelle cose da fare e vedere, quei giochi da giocare! Che dispiacere buttare via il tempo così!

      Ora invece, nell’età adulta, il momento di andare a dormire si fa carico un significato diverso. Sfiniti dagli impegni quotidiani, bramiamo quel momento di riposo in cui le preoccupazioni fluttuano via e possiamo ricaricare le energie mentali e fisiche. Ah che bel momento!

      Ma non sempre (e non per tutti) è così facile deciere di addormentarsi. Può capitare di non riuscire a prendere sonno quando ci sono troppi pensieri che vorticano nella mente, ed il tanto atteso momento di riposo diventa un susseguirsi di : “Che ora è? Perché non mi sto addormentando? Non sarò riposato abbastanza per affrontare gli impegni di domani…”

      Ed ecco che il sonno, il nostro naturale alleato contro lo stress e l’ansia, finisice per generarne ancora di più. Fatichiamo ad addormentarci, non riposiamo abbastanza ed il giorno dopo ci sentiamo stanchi e demotivati (e magari anche un po’ scorbutici).

      Che cosa succede però se queste situazioni si ripresentano frequentemente e con una certa regolarità? La deprivazione di sonno, oltre a manifestrasi nella stanchezza e demotivazione del giorno dopo, è anche correlata a un maggior rischio di sviluppare disturbi d’ansia e depressione. La mancanza di sonno infatti compromette il corretto funzionamento di neurotrasmettitori chiave come la serotonina, coinvolti nella regolazione dell’umore.

      Cosa possiamo fare per evitare di incorrere in numerose notti in bianco?

      Un po’ di conoscenza sul sonno e sul suo scopo non può che aiutare!

      Il nostro corpo è dotato di un sofisticato sistema di regolazione temporale noto come ritmo circadiano. Si tratta di un ciclo biologico che si estende per circa 24 ore e regola molti processi del nostro corpo e la sua regolarità è importante per il mantenimento di una buona salute fisica e mentale. Questo ritmo è guidato da un “orologio biologico” interno che è influenzato principalmente dalla luce e dall’oscurità nell’ambiente circostante.

      Il sonno è una delle funzioni direttamente collegate al ritmo circadiano. Svolge un ruolo fondamentale nella regolazione di numerosi processi fisiologici e psicologici del nostro organismo. Un’adeguata qualità e quantità di sonno è essenziale per mantenere un corretto equilibrio mentale e prevenire l’insorgere di disturbi emotivi e cognitivi.

      In sostanza, mentre riposiamo, il nostro corpo non è del tutto “spento” ma svolge delle azioni molto importanti per il nostro benessere. Queste azioni hanno bisogno di determinate condizioni per verificarsi. È dunque fondamentale creare queste condizioni per rendere il nostro corpo preparato ad accogliere il sonno. Ecco alcuni consigli:

      Mantenere un orario regolare.
      Cercare di andare a letto e svegliarsi alla stessa ora tutti i giorni, anche nei weekend, aiuta a stabilizzare il ritmo circadiano.

      Limitare l’esposizione alla luce prima di andare a letto.
      Evitare gli schermi almeno un’ora prima di coricarsi. La luce blu può interferire con la produzione di melatonina, l’ormone del sonno.

      Limitare il consumo di caffeina e alcol.
      Evitare di consumare caffeina e alcol almeno 4-6 ore prima di coricarsi, poiché possono disturbare il sonno.

      Creare un ambiente di sonno confortevole.
      Assicurarsi che la propria camera da letto sia fresca, silenziosa e buia: tende oscuranti, tappi per le orecchie o un rumore bianco per ridurre eventuali disturbi esterni.

      Rilassarsi prima di andare a dormire.
      Dedicare del tempo a attività rilassanti prima di andare a letto, come leggere un libro, fare yoga, meditare o fare un bagno caldo. Questo può aiutare a ridurre lo stress e preparare mente e corpo per il sonno.

      Limitare l’attività fisica intensa prima di andare a dormire.
      Evitare l’esercizio vigoroso poco prima di andare a letto, poiché può aumentare i livelli di adrenalina e rendere difficile addormentarsi.

      Stabilire una routine di relax prima di coricarsi.
      Creare una routine pre-sonno può segnalare al corpo che è il momento di rilassarsi e prepararsi per il sonno. Questo potrebbe includere attività come bere una tisana calda, praticare la respirazione profonda o magari svolgere una routine di bellezza.

      Limitare i pisolini durante il giorno.
      Evitare di fare pisolini troppo lunghi o troppo vicino all’ora di andare a letto. Questo potrebbe compromettere il sonno notturno.

      Attenzione alla dieta!
      Evitare pasti pesanti e piccanti prima di andare a dormire, poiché possono causare indigestione e disagio durante la notte.

      Il sonno rappresenta quindi un tassello fondamentale per il benessere fisico e mentale. Durante le fasi di sonno profondo avviene il “resetting” delle connessioni neuronali, la regolazione dei processi metabolici e la ricarica delle energie mentali e fisiche. Un sonno di qualità permette di affrontare con lucidità le sfide della giornata, di gestire più efficacemente lo stress e di mantenere un umore stabile.

      Per preservare il nostro benessere è quindi cruciale adottare delle sane abitudini che favoriscano un buon riposo notturno, come mantenere un orario regolare, creare un ambiente confortevole e rilassante per dormire, evitare stimoli come schermi luminosi prima di coricarsi. Inoltre, per chi soffre di disturbi del sonno o dell’umore, può essere utile rivolgersi a uno specialista per seguire percorsi mirati di terapia cognitivo-comportamentale o altre strategie d’intervento mirate.

      Giovani, c’è chi fa fatica

      La salute psichica di adolescenti e giovani continua a peggiorare in Svizzera.

      A dirlo uno studio di Dipendenze Svizzera, secondo cui i ragazzi e le ragazze nel nostro paese sono sempre più vulnerabili e non protetti a sufficienza. Un fenomeno che colpisce in particolare le ragazze tra i 13 e i 15 anni.

      In questo contesto di difficoltà sono generalmente in aumento le forme di dipendenza: alcool, fumo, droghe leggere e pesanti e uso problematico di internet. Basta dire che il 12% dei quindicenni ha già abusato di sonniferi o di tranquillizzanti. Un disagio giovanile che sta affollando i reparti d’ospedale che si prendono cura di queste patologie.

      Ricordando che in Svizzera la maggior parte dei giovani sta bene, discutiamo con:

      Sara Fumagalli, psichiatra e psicoterapeuta della Clinica Santa Croce di Orselina
      Edo Carrasco, operatore sociale e direttore della Fondazione “Il Gabbiano
      Markus Meury, portavoce di Dipendenze Svizzera

      Fonte: RSI 

      Sala Dimitri

      Clinica Santa Croce

      Mercoledì

      20 Marzo 2024

      Orario

      18:30 – 21:00

      Serata Cinema

      Platzspitzbaby

      Quando: Mercoledì 20 Marzo, dalle 18:30 alle 21:00
      Dove: Sala Dimitri della Clinica Santa Croce

      In occasione della Settimana di azione nazionale: Figli di genitori con dipendenze, vi invitiamo alla proiezione del film Platzspitzbaby, diretto da Pierre Monnard e tratto dal romanzo autobiografico omonimo di Michelle Halbheer. Questo film Svizzero del 2020, vincitore di diversi premi anche a livello internazionale, esplora le complesse sfaccettature dell’esperienza di una figlia con madre tossicodipendente. Dopo la proiezione, Mariela Browne Balestra, psicologa della Clinica Santa Croce, ci guiderà attraverso un’analisi approfondita del film, fornendoci una preziosa chiave di lettura dal punto di vista psicologico. Sono benvenute domande e discussioni dal pubblico, offrendo così un’opportunità unica di esplorare e comprendere meglio le tematiche legate alla salute mentale esposte dal film.

      Perché partecipare?
      In Svizzera, circa 100.000 bambini vivono con un genitore che soffre di un uso problematico di alcol o altre sostanze. Questo evento mira a sensibilizzare e comprendere meglio le sfide affrontate da questi bambini, offrendo un’opportunità unica di apprendimento e confronto. La Serata Cinema è una attività a sostegno della Settimana di azione: Figli di genitori con dipendenze coordinata da Dipendenze Svizzera dal 2019.

      Chi può partecipare?
      L’evento è aperto a tutti, previa iscrizione. L’ingresso è libero. Per iscriversi compilare il modulo in fondo alla pagina.

      Ulteriori informazioni
      Questa serata inaugurale fa parte di un’iniziativa più ampia della Clinica Santa Croce per il 2024, che proporrà trimestralmente film legati a diverse tematiche della salute mentale seguiti dall’analisi di esperti del settore sanitario. L’obiettivo è diffondere conoscenza, chiarire i concetti, stimolare riflessioni su tematiche complesse con il supporto del cinema, un prezioso strumento per comprendere le dinamiche delle situazioni che causano sofferenza e disagio. Rimanete aggiornati su questo e sulle prossime Serate Cinema iscrivendovi alla nostra newsletter.

      Tecnologia e Salute Mentale: Suggerimenti per un uso consapevole.

      La tecnologia è radicata nelle nostre vite. Smartphone, computer, social network sono diventati compagni costanti nella nostra routine quotidiana, sia per lavoro che per svago. Se da un lato questi strumenti hanno indubbiamente apportato benefici in termini di connettività, informazione e intrattenimento, dall’altro il loro abuso o uso improprio può avere conseguenze negative sulla nostra salute mentale. Come utilizzarli consapevolmente?

      Ci troviamo negli anni ’80. Il sociologo Russel Belk, un accademico nel campo del Marketing e del comportamento del consumatore, formula una teoria destinata ad avere un grande impatto: “Le persone tendono a considerare i loro beni materiali come parte integrante del proprio Sé: estensioni della propria identità che riflettono valori e passioni personali”.

      Qualche decennio dopo, Apple lancia sul mercato l’iPhone, progettato da Steve Jobs per diventare “un’estensione fisica della nostra mano”. È un successo che segna una delle rivoluzioni più importanti in campo tecnologico, e spiana la strada alla realizzazione della profezia di Belk.

      Oggi, a distanza di quasi 20 anni dall’inizio dell’era degli smartphone, il “se esteso” è di fatto una realtà. Quelli che conoscevamo come telefonini sono diventati ormai “protesi” integrate con il nostro corpo e la nostra mente, estendendo le nostre facoltà cognitive e memorie al di là dei limiti biologici.

      Ora più che mai con il nuovo dispositivo Apple Vision Pro (che molto probabilmente segnerà l’ascesa dello “Spatial Computing”) ovvero un device che si indossa, simile ad una maschera da sci, che ci permette di riempire lo spazio intorno a noi con le nostre app, andando oltre i confini del display.

      Se da un lato questa “simbiosi digitale” ha portato grandi benefici, dall’altro la grande vicinanza alla tecnologia sta minando il benessere psicologico di molti.

      Dipendenza da smartphone, ansia social, depressione e solitudine sono ormai piaghe riconosciute dell’era iper-connessa. È ormai noto come l’uso eccessivo di smartphone e social possa portare a dipendenza, ansia da separazione dal dispositivo, paura di perdersi qualcosa di importante online (la cosiddetta FOMO, Fear Of Missing Out), distrazione cronica o disturbi del sonno.

      Come facciamo dunque a prevenire tali situazioni? Come possiamo resistere al fascino ipnotico della tecnologia ed avere con essa un rapporto sereno e consapevole?

      Disintossicazione periodica dalla tecnologia

      Il primo consiglio è quello di prendersi dei periodi di “detox digitale”, durante i quali si mettono volontariamente da parte smartphone, tablet e computer per diverse ore. Ad esempio, si può iniziare non usando dispositivi tecnologici per un’intera serata, un’intera domenica, o anche solo per un paio d’ore al giorno. Queste “finestre” ci permettono di riconnetterci con noi stessi, la nostra creatività, i nostri pensieri e le persone intorno a noi, senza lasciarci distrarre o condizionare dalla tecnologia.

      Gestione consapevole del tempo su smartphone e social

      È facile perdersi nei meandri di Internet e dei social network, ritrovandosi poi ad aver “perso” diverse preziose ore senza accorgersene. Per questo è importante imparare a dosare con consapevolezza il tempo che dedichiamo allo smartphone o ai social. Possiamo ad esempio stabilire in anticipo quanti minuti al giorno vogliamo passare su Instagram o TikTok, impostare reminder che ci avvisino quando abbiamo raggiunto il limite, oppure usare le funzioni di parental control dei nostri dispositivi per bloccarne automaticamente l’uso dopo un certo periodo di tempo.

      No alle notifiche che distraggono

      Le continue notifiche di messaggi, email, aggiornamenti dai social network sono tra le maggiori cause di distrazione cronica provocate dall’abuso di tecnologia. Per questo, vi consigliamo di disattivare tutte le notifiche non essenziali sul vostro smartphone e di controllare manualmente le app solo in certi momenti prestabiliti della giornata. Ciò vi aiuterà a restare concentrati sul presente e su ciò che state facendo, senza farvi continuamente distrarre da suoni e vibrazioni.

      Attenzione ai contenuti che consumiamo online

      I contenuti presenti sul web e sui social non sono tutti costruttivi o edificanti, anzi. News costantemente negative, polemiche sterili, contenuti volgari o violenti, tutto ciò può avere un impatto negativo sull’umore, alimentare stress e ansia. Scegliete dunque con cura quali fonti seguire online, prediligendo quelle che realmente arricchiscono la vostra vita. Evitate invece gruppi, forum o profili che promuovono disinformazione, sfiducia o conflitti inutili. Ricordate che avete il potere di decidere quali contenuti far entrare nella vostra mente e di conseguenza influenzare il vostro benessere.

      Rapporto equilibrato tra online e offline

      Per quanto comoda ed affascinante, la realtà virtuale non potrà mai eguagliare la bellezza, complessità ed imprevedibilità della vita reale. Per questo è importante trovare l’equilibrio giusto tra momenti online e offline, tra vita digitale e vita reale, coltivando interessi, passioni e rapporti umani anche al di fuori dello schermo di un dispositivo. La tecnologia all’interno di limiti ragionevoli può senza dubbio migliorare le nostre vite. Ma possiamo trarne benefici reali solo se ne siamo noi a guidare l’utilizzo in modo attento, consapevole e strategicamente bilanciato tra online e offline.

      La Clinica Santa Croce aderisce e sostiene la campagna di comunicazione “Per Voi” di FMH

      Fonte: FMH

      Se si chiede ai medici perché hanno scelto la loro professione, in genere la risposta è «Per aiutare il prossimo». È un dato confermato da sondaggi rappresentativi. In effetti, i medici di tutta la Svizzera si occupano quotidianamente dei loro pazienti e costituiscono pertanto un importante pilastro della società. Tuttavia, nel dibattito sul sistema sanitario e sul corpo medico prevalgono spesso altre tematiche. Mediante una campagna di comunicazione, la FMH intende sensibilizzare l’opinione pubblica sul fatto che i medici sono al fianco della popolazione svizzera. La campagna si svolgerà in tutte le regioni linguistiche della Svizzera e avrà una durata di tre anni.

      Olfatto, Auto-aiuto e salute mentale

      Intervento della dott.ssa Fumagalli, Direttore Sanitario della Clinica Santa Croce, alla trasmissione di RETE UNO “Millevoci” andata in onda l’12.02.2024.

      Il ruolo di odori e profumi nelle interazioni sociali.

      Uno sguardo all’associazione CreiAMOci.

      Fonte: RSI

      Suicidi giovanili, parlarne aiuta a prevenire.

      Durante il servizio di “RSI – Il Quotidiano” andato in onda il 6 Febbraio 2024 gli interventi del personale della Clinica Santa Croce, in particolare della dott.ssa Fumagalli, Direttore Sanitario, del dott. Garino, responsabile del Reparto ConTatto, del dott. Failla, medico psichiatra assistente, e di Antonio Caggioni, responsabile del servizio di Socioterapia, a proposito del delicato tema del suicidio.

      Fonte: Il Quotidiano – Play RSI

      Un Mondo Senza Stigma: Unire le Forze nella Giornata Mondiale della Lotta contro l’AIDS

      Il 1° dicembre rappresenta non solo la Giornata Mondiale della Lotta contro l’AIDS ma anche un’opportunità per unire le forze contro ogni forma di stigmatizzazione. In questo contesto, sosteniamo con entusiasmo l’iniziativa di Zonaprotetta intitolata “Un mondo senza HIV, insieme e possibile!” che esplora i collegamenti tra salute mentale, HIV/AIDS e discriminazione.

      L’iniziativa di Zonaprotetta pone un’enfasi speciale su un concetto chiave: “U=U: Undetectable=Untransmittable” (non rilevabile=non trasmissibile). Questa affermazione indica che le persone che vivono con l’HIV e seguono una terapia efficace non possono trasmettere il virus. Questo messaggio è cruciale per sfatare miti e contribuire a eliminare la discriminazione basata sulla paura dell’infezione.

      Zonaprotetta si impegna attivamente a sostenere le persone che vivono con l’HIV e i loro familiari. Offre sostegno e consulenza psicosociale, promuovendo solidarietà e combattendo contro ogni forma di discriminazione. La campagna nazionale dell’Aiuto Aids Svizzero, a cui Zonaprotetta aderisce, si concentra sulla sensibilizzazione rivolta al personale sanitario, incoraggiandoli a lottare contro la discriminazione e a fornire assistenza sanitaria senza stigmatizzazioni alle persone con HIV.

      La salute mentale è strettamente intrecciata con la gestione degli stigmi sociali, e la connessione tra malattie psichiatriche e HIV/AIDS è un argomento che richiede attenzione. LaClinica Santa Croce può svolgere un ruolo fondamentale nell’offrire supporto psicosociale ai pazienti affetti da HIV/AIDS e alle loro famiglie. Attraverso servizi di consulenza specifici, la clinica può aiutare a gestire gli aspetti emotivi e psicologici legati alla malattia, promuovendo un ambiente di accoglienza e comprensione.

      La Giornata Mondiale della Lotta contro l’AIDS non è solo un momento per riflettere sull’importanza della prevenzione e del trattamento, ma anche un’occasione per unire le forze nella lotta contro la stigmatizzazione. Sostenere iniziative come quella di Zonaprotetta e promuovere la consapevolezza possono contribuire a costruire un mondo in cui la solidarietà trionfa sullo stigma.

      Lotta alla Violenza contro le Donne. Guarire le ferite visibili ed invisibili.

      Oggi 25 Novembre è la Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne. La violenza di genere è una piaga sociale complessa, che lascia ferite profonde non solo sul corpo, ma anche nella psiche. La violenza ha impatto a lungo termine sulla salute mentale delle vittime. È dunque necessario intervenire tempestivamente e strategie efficaci di gestione del trauma, per aprire la strada verso la guarigione.

      Segnaliamo: Campagna mondiale “16 giorni di attivismo contro la violenza di genere” si terrà per la seconda volta nel Canton Ticino, dal 25 novembre al 10 dicembre 2023.

      I Segni Nascosti: L’Impatto Psicologico della Violenza

      Oltre ai lividi, la violenza lascia cicatrici invisibili ma altrettanto dolorose nella psiche di chi la subisce. Ansia, attacchi di panico, depressione, disturbo post-traumatico da stress sono tutti effetti psicologici comuni in chi è stato vittima di violenze domestiche, sia fisiche che verbali.

      Il disturbo post-traumatico da stress (PTSD) merita una menzione particolare. Chi ne soffre può sperimentare insonnia, incubi ricorrenti, flashback che riportano alla mente l’evento traumatico. Sintomi di ipervigilanza come irritabilità, difficoltà di concentrazione, ipersensibilità a rumori e stimoli sono frequenti. Nei casi più gravi le vittime possono arrivare ad isolarsi e sviluppare dipendenze per autogestire il dolore.

      Costruire una Rete di Supporto: Guarire non è un Percorso Solitario

      Data la gravità dell’impatto sulla psiche, è essenziale che intorno alle vittime si crei una rete completa di assistenza e protezione. Oltre al supporto psicologico individuale, i gruppi di aiuto offrono uno spazio sicuro dove condividere esperienze, sentirsi comprese, trovare empatia e strategie di coping da altre donne che hanno vissuto un percorso simile.

      Infine, rifugi protetti, assistenza legale, linee di ascolto telefonico completano la rete di supporto, fornendo strumenti concreti alle vittime per uscire da situazioni di violenza e intraprendere il percorso verso la rinascita.

      Risorse in Ticino:

      Consultorio Alissa

      Associazione Armonia

      Consultorio delle Donne

      Consultori Comunità familiare

      Consultori Centro Coppia e famiglia

      Gestione del Trauma: un Viaggio verso la Guarigione

      Per gestire il trauma psicologico, sono fondamentali tecniche cognitivo-comportamentali come l’esposizione e il riprocessamento attraverso i movimenti oculari. Queste aiutano la vittima ad elaborare il ricordo traumatico in maniera nuova e adattiva. Strategie di rilassamento come yoga, mindfulness, esercizio fisico, possono alleviare ansia e sintomi associati al trauma.

      Nonostante il dolore, molte donne dimostrano una straordinaria resilienza e capacità di recuperare il controllo delle proprie vite. La consapevolezza della propria forza può essere il primo passo verso la guarigione. È essenziale continuare ad investire in programmi di assistenza, sensibilizzazione e prevenzione, per contrastare il problema sul nascere e promuovere il benessere psicologico delle vittime.

      La violenza di genere lascia ferite profonde nella psiche che possono generare gravi danni se non adeguatamente gestite. Costruire una rete di supporto e fornire alle vittime gli strumenti per elaborare il trauma, può fare la differenza tra una vita segnata dalla sofferenza e una rinascita. Guarire è possibile, ma è necessario continuare a diffondere consapevolezza, fornire assistenza, e lavorare sulla prevenzione per estirpare alla radice questo drammatico fenomeno sociale.

      L’ergoterapia: un supporto fondamentale per superare lo stigma

      In occasione della Giornata Mondiale dell’Ergoterapia, riflettiamo sul ruolo chiave di questa professione nel lo migliorare la qualità di vita delle persone con disturbi mentali e abbattere il pregiudizio.

      La stigmatizzazione che sovente accompagna le malattie psichiatriche rappresenta una vasta realtà nella nostra società moderna. Gli stereotipi e i preconcetti riguardanti coloro che sono afflitti da disturbi mentali risvegliano nelle persone reazioni negative e respingenti. La triste conseguenza di questo stigma si manifesta attraverso l’emarginazione e l’isolamento sociale, un esilio che viene inflitto a coloro che, tra tutti, hanno più bisogno di una mano tesa in segno di compassione. Ecco dunque un paradosso spietato: proprio coloro che dovrebbero essere ricevuti con empatia, sono invece esclusi, relegati alla periferia dell’esistenza con l’etichetta di “diversi,” “anormali” o persino “pericolosi. Il peso di tale stigma aumenta ulteriormente il distacco da chi già affronta sfide straordinarie, alzando una barriera che li confina in prigioni invisibili e li rende incapaci di condurre una vita normale.

      L’Ergoterapista è quella figura che, attraverso il lavoro di riabilitazione, contribuisce a abbattere le barriere e gli stereotipi, favorendo la reintegrazione alla vita quotidiana e sociale del paziente. Attraverso una valutazione funzionale approfondita, l’Ergoterapista identifica interessi, capacità residue, difficoltà e obiettivi del paziente e lo guida attraverso una maggiore consapevolezza di sé e delle sue capacità. Da questa valutazione scaturisce un piano riabilitativo personalizzato con attività significative, tese a recuperare abilità e autonomia. Cucinare, curare l’igiene, gestire il denaro o creare manufatti sono tutte attività in cui il paziente psichiatrico può riacquisire fiducia nel saper svolgere azioni quotidiane.

      Sopratutto in contesto clinico, l’Ergoterapista ha un ruolo insostituibile nel recupero di abilità compromesse da psicosi, depressione o ansia invalidante. Ad esempio, aiutando il paziente a rispettare ritmi e routine, o a riallenare memoria e attenzione attraverso semplici esercizi. Il suo approccio pratico complementa le terapie farmacologiche e psicologiche, migliorando la qualità di vita quotidiana del paziente.

      Proprio per il suo focus sul “fare”, l’Ergoterapia può essere uno strumento prezioso per supportare nella transizione dalla realtà clinica a quella quotidiana. Un programma riabilitativo graduale è cruciale per implementare nella vita reale i progressi raggiunti in un ambiente “sicuro”.

      In conclusione, l’Ergoterapista rappresenta una figura cruciale nella lotta contro la stigmatizzazione e nel processo di guarigione dei pazienti affetti da disturbi psichiatrici. Attraverso un approccio pratico, il professionista dell’ergoterapia aiuta i pazienti a riacquisire abilità quotidiane, recuperando fiducia e autonomia. Questo lavoro non solo migliora la qualità della vita dei pazienti, ma rappresenta un passo essenziale nella riduzione delle barriere sociali e della marginalizzazione.

      Nella sua mission di valorizzare le capacità individuali e di abbattere il muro dello stigma, l’Ergoterapista diventa un alleato nella costruzione di una società più compassionevole e inclusiva. La sfida rimane tuttavia aperta: abbattere il muro dello stigma richiede uno sforzo collettivo, e l’Ergoterapista è una voce imprescindibile in questo coro per la dignità e l’uguaglianza. La strada è lunga, ma ogni passo in avanti porta con sé la promessa di un mondo in cui la diversità non sia temuta, ma abbracciata, e in cui ciascun individuo, indipendentemente dalle proprie battaglie interne, possa condurre una vita normale, senza dover valicare le barriere del pregiudizio.

      Io Pinocchio

      Venerdì 13 Ottobre 2023
      Palazzo dei Congressi di Muralto

      L’evento, organizzato dalla Clinica Santa Croce in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, in collaborazione con l’Associazione Teatro Danzabile, propone la rappresentazione dello spettacolo ‘IO PINOCCHIO’, ispirato agli scritti di Daniele Zanella.

      Venerdì 13 Ottobre, andrà in scena presso il Palazzo dei Congressi di Muralto lo Spettacolo IO PINOCCHIO di Daniele Zanella. Questa serata, come consuetudine annuale, rappresenta un’opportunità di riflessione sul tema centrale proposto dalla World Health Organization per la Giornata Mondiale della Salute Mentale 2023: ‘La salute mentale è un diritto umano universale’.

      “IO PINOCCHIO” si ispira al racconto originale di Carlo Collodi, reinterpretandolo in chiave autobiografica, e racconta dell’esperienza vissuta da Daniele Zanella come bambino cresciuto negli istituti per persone con difficoltà di apprendimento. Attraverso le parole di Daniele, emergono riflessioni profonde su un mondo spesso misconosciuto e la malinconia che accompagna il confronto con il “mondo degli altri”.

      Il testo rappresenta educatori come Mangiafuoco, figure che combinano severità e benevolenza; compagni come il Gatto e la Volpe, perfidi e ingannevoli, nonché figure come Lucignolo, complici e maliziosi. “IO PINOCCHIO” è un’esplorazione intensa e continua dell’universo poetico di Daniele, focalizzata sulle sfide degli incasellamenti e delle regole che limitano l’espressione di sé stessi. L’opera rivendica il diritto di crescere e maturare seguendo i propri tempi e scoprire la propria identità, indipendentemente da qualsiasi “diversità”. Lo spettacolo è accessibile alle persone sorde, perché tradotto in LIS (lingua italiana dei segni) con interprete dal vivo.

      “Tutti dovrebbero avere la possibilità di esprimere se stessi. Nessuno dovrebbe essere costretto a rimanere chiuso nel suo guscio. È come per la farfalla che vuole liberarsi dal bozzolo e volare libera. Gli istituti e la società vogliono tenerti nel bozzolo, ma la farfalla lotta per la sua libertà.”

      Daniele Zannella

      Lo spettacolo sarà seguito da una tavola rotonda a cui prenderanno parte Sara Fumagalli, direttore sanitario della Clinica Santa Croce, Daniele Zanella, autore dello spettacolo, Emanuel Rosenberg, direttore artistico del Teatro Danzabile, e Antonio Caggioni, responsabile del servizio di Socioterapia della Clinica Santa Croce.

      L’entrata alla serata è gratuita e seguirà un aperitivo. Eventuali donazioni saranno devolute a Archivio Diversità Cognitiva e Inclusione Andicap Ticino

      Programma

      18:00SALUTO DI BENVENUTO
      Sara Fumagalli
      Direttore Sanitario Clinica Santa Croce
      18:10L'IMPORTANZA DI ESPRIMERE SE STESSI
      Antonio Caggioni
      Responsabile servizio di Socioterapia Clinica Santa Croce
      18:20INTRODUZIONE
      Emanuel Rosenberg
      Direttore artistico Teatro Danzabile
      18:30IO PINOCCHIO
      Spettacolo di teatro e danza con musica dal vivo
      19:30TAVOLA ROTONDA
      Sara Fumagalli, Daniele Zannella, Emanuel Rosenberg, Antonio Caggioni

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          I sogni come strumento per interpretare il proprio mondo interiore.

          I sogni da sempre affascinano e incuriosiscono l’essere umano. Fin dai tempi antichi ci si interroga sul loro significato, cercando di svelare i messaggi nascosti che provengono dal nostro inconscio. Ma perché i sogni sono così importanti e cosa ci rivelano sul nostro mondo interiore?

          Nel regno dei sogni, dove le linee della realtà si fondono e si intrecciano con le trame del nostro subconscio, si celano segreti insondabili e riflessi delle profondità dell’anima umana. Ogni notte da millenni, l’essere umano apre le porte verso mondi imprevedibili e si inoltra in un labirinto di pensieri nascosti.

          I sogni nel corso della storia

          Per capire il significato di questo mondo intriso di mistero e meraviglia è necessario fare qualche passo indietro e capire le diverse interpretazioni dei sogni nel corso della storia.

          Le civiltà ancestrali attribuivano ai sogni un significato mistico che richiedeva l’interpretazione da parte di sciamani, si trattava spesso di predizioni sul futuro o un punto di contatto con il mondo dei defunti.

          Gli egizi consideravano il mondo onirico un luogo in cui la barriera tra il mondo reale e quello spirituale si assottigliava e quindi un mezzo attraverso il quale gli dei potevano comunicare con gli esseri umani rivelando messaggi e presagi.

          Nella Grecia classica iniziò a farsi strada l’idea che i sogni potessero derivare da processi naturali nel corpo e nella mente umani o che fossero una forma di espressione naturale dell’anima. Una concezione più razionale (che però non escludeva del tutto una dimensione profetica) che ha aperto la porta a un approccio più scientifico.

          Il Medioevo, influenzato notevolmente da credenze spirituali del cristianesimo medievale, vedeva i sogni come possibili messaggi divini o avvertimenti. Durante il Rinascimento, accanto alla riscoperta della classicità, persisteva il fascino per la dimensione mistica e profetica dei sogni, interpretati con strumenti razionali ma in una prospettiva ancora magico-alchemica.

          Qualche secolo dopo, fu Sigmund Freud il primo a elaborare una vera e propria tecnica di interpretazione dei sogni, strettamente legata alla nascente psicoanalisi. Il suo metodo, esposto nella fondamentale opera “L’interpretazione dei sogni”, si basa sull’analisi del contenuto latente attraverso libere associazioni di idee. In sintesi, per Freud i sogni esprimono i desideri inconfessati dell’inconscio e la loro interpretazione è un prezioso strumento di autoanalisi e di esplorazione della psiche profonda.

          Successivamente, la psicologia analitica di Carl Gustav Jung fornì una diversa prospettiva: i sogni sono una proiezione di contenuti inconsci e possono essere interpretati come messaggi che l’inconscio invia per comunicare con la coscienza. Attraverso l’analisi dei simboli onirici è possibile quindi accedere a parti profonde della psiche che altrimenti resterebbero ignote.

          Attraversando le epoche e le culture, i sogni hanno assunto significati profondi e mutevoli. Dalle civiltà antiche fino alle teorie psicoanalitiche di Freud e Jung, i sogni hanno offerto un terreno fertile per l’esplorazione della psiche umana. Oggi, questa ricca storia di interpretazioni continua a sfidare e ispirare, rivelando la complessità della mente umana e il legame tra il conscio e l’inconscio. Sotto la luce mutevole del tempo, i sogni rimangono un enigma affascinante e un riflesso delle profondità dell’esperienza umana che però ci fornisce degli spunti di riflessione interessanti per capire noi stessi.

          L’interpretazione dei sogni.

          La storia delle interpretazioni, sopratutto quella moderna, ci suggerisce che esplorare e riflettere sui sogni è un viaggio verso la comprensione di sé, un percorso che ci conduce oltre le apparenze superficiali e ci insegna ad ascoltare le voci nascoste del nostro subconscio. È un viaggio che richiede coraggio, ma offre un’opportunità di crescita profonda e arricchimento interiore, portandoci più vicini a noi stessi e alle complesse emozioni che ci compongono e che spesso sfuggono alla nostra consapevolezza.

          Ecco alcuni modi in cui l’esplorazione dei sogni può aiutarti a comprendere meglio queste emozioni:

          Accesso al Subconscio

          Esplorando i sogni, puoi accedere al subconscio, un serbatoio di emozioni, desideri e paure spesso nascosti o soppressi durante la veglia. Per approfondire questa connessione, tieni un diario dei sogni. Ogni mattina, annota ciò che ricordi del sogno precedente. Nel tempo, identificherai modelli emozionali e temi ricorrenti che ti aiuteranno a conoscere meglio te stesso.

          Simboli e Metafore

          Quando analizzi i simboli e le metafore nei tuoi sogni, puoi rivelare strati profondi dei tuoi pensieri e sentimenti. Crea un album visivo o un collage con immagini e oggetti che rappresentano simboli comuni nei tuoi sogni. Osserva i collegamenti tra questi elementi e le tue esperienze di vita, per guadagnare una maggiore comprensione del tuo mondo interiore.

          Se desideri esplorare ulteriormente i significati dei simboli nei tuoi sogni, ci sono risorse online che possono aiutarti nell’interpretazione. Siti web come “DreamMoods”, “Dream Dictionary” e “The Dream Well” offrono database dettagliati di simboli onirici e le loro possibili interpretazioni.

          Tuttavia, ricorda che l’interpretazione dei sogni è soggettiva e personale, quindi fidati anche della tua intuizione e dei sentimenti evocati dai simboli stessi.

          Elaborazione Emotiva

          I sogni, come un teatro dell’anima, offrono uno spazio sicuro in cui le emozioni non risolte o non affrontate possono emergere e trovare voce. Attraverso le rappresentazioni oniriche di situazioni ed eventi, si svelano le trame nascoste delle emozioni, consentendo un processo di elaborazione che aiuta a far fronte a sentimenti complessi. Le situazioni non risolte possono ritornare sotto nuove forme, consentendo una rielaborazione sottostante. Ad esempio, un sogno potrebbe rievocare un confronto non affrontato, permettendo così di esplorare diverse reazioni o risposte. Attraverso il sogno l’inconscio guida la mente attraverso l’intreccio delle emozioni, offrendo una prospettiva diversa o una risoluzione immaginaria.

          Consapevolezza di Sé

          L’analisi dei sogni ti costringe a diventare più consapevole dei tuoi pensieri, emozioni e comportamenti. Un livello di consapevolezza di sé maggiore può guidare nel processo di esplorazione del terreno incognito delle emozioni, rivelando la gamma completa dei nostri sentimenti. Questa auto-riflessione immersiva ci offre una lente d’ingrandimento su ciò che altrimenti potrebbe sfuggire all’attenzione, consentendoci di affrontare le sfide emotive e di sviluppare un’intima connessione con il nostro mondo interiore. Ci permette inoltre di identificare i modelli di pensiero o comportamento che che possono influenzare le decisioni, le relazioni e le scelte, aprendo la strada a una crescita personale più profonda.

          Indicazioni sui Desideri e le Aspirazioni

          I sogni agiscono come specchi interiori, rivelando indizi su ciò che potremmo desiderare o aspirare nella vita. Essi possono rivelare i desideri autentici che a volte possono essere seppelliti sotto la superficie dei nostri pensieri quotidiani. I sogni possono anche far emergere le paure nascoste o le insicurezze che potrebbero limitare il nostro percorso. Inoltre, possono suggerire nuove prospettive e ambizioni che potremmo non aver ancora esplorato consapevolmente. In questo modo, l’analisi dei sogni ci offre uno sguardo onesto e oggettivo verso ciò che potrebbe realmente guidare i nostri pensieri e comportamenti.

          Esplorazione dell’Inconscio Collettivo

          Nelle teorie psicologiche, si suggerisce che i sogni possano attingere a un ricco serbatoio dell’inconscio collettivo dell’umanità. Questo serbatoio condivide simboli e archetipi che portano significati universali, oltre le barriere della cultura e dell’esperienza personale. Esplorare questi elementi può collegarti a un’esperienza umana condivisa e rivelare connessioni profonde e significative. Esplorare il terreno comune dell’inconscio collettivo può ampliare la tua prospettiva, permettendoti di vedere le tue esperienze in un contesto più ampio. Può aiutarti a riconoscere che le tue sfide e gioie non sono uniche, ma fanno parte di una narrazione umana più ampia. Questo processo di connessione può portare a un senso di comprensione, empatia e unità con gli altri esseri umani.

          Risoluzione Creativa dei Problemi

          I sogni agiscono come laboratori dell’immaginazione, in grado di offrire soluzioni inattese a problemi o dilemmi reali. Le immagini e le narrazioni oniriche possono agire come catalizzatori per il pensiero laterale, spingendoti oltre i confini convenzionali e aprendo la strada a nuove prospettive.

          I sogni possono fungere da risorse preziose, offrendo un po’ di luce alla fine del tunnel di un problema apparentemente insormontabile. Questo processo di esplorazione onirica può infondere freschezza e creatività nel tuo approccio alla risoluzione dei problemi, aiutandoti a guardare oltre le strade già battute e a esplorare nuovi sentieri.

          In conclusione, i sogni rappresentano una porta verso il nostro mondo interiore, un viaggio nelle profondità della psiche che può rivelare intuizioni preziose sulla nostra vita emotiva. Attraverso i secoli, filosofi, scienziati e pensatori hanno cercato di decifrare il significato di questi messaggeri notturni. Oggi sappiamo che i sogni possono aiutarci ad elaborare le emozioni, accrescere la consapevolezza di sé e persino ispirare soluzioni creative ai problemi. Anche se il loro linguaggio è spesso complesso e metaforico, vale la pena esplorarlo con coraggio e mente aperta. I sogni contengono indizi che possono guidarci in un percorso di scoperta interiore e di una più profonda comprensione di noi stessi. Sviluppare l’abitudine di osservare i sogni, senza paura di ciò che potrebbero rivelare, è un dono che possiamo fare a noi stessi, per connetterci con la complessità delle nostre emozioni e aspirazioni più autentiche.

          Promuovere la Sicurezza dei Pazienti
          La Settimana d’Azione dal’11 al 17 Settembre 2023

          Nel corso della Settimana d’Azione per la Sicurezza dei Pazienti si pone l’attenzione sulla domanda fondamentale: “Che cosa è importante per lei?”. Questa semplice ma potente domanda è alla base di un approccio che mira a migliorare la relazione tra gli operatori sanitari ed i pazienti, a comprendere le esigenze individuali e a aumentare la sicurezza dei pazienti durante il processo di cura.

          La settimana d’Azione per la Sicurezza dei pazienti (11-17 Settembre) è un’iniziativa della Fondazione per la sicurezza dei pazienti in Svizzera. Lo slogan di quest’anno è «Più sicurezza. Per i pazienti. Con i pazienti.».

          L’attenzione è incentrata sul coinvolgimento dei pazienti e dei familiari nella presa a carico sanitaria. Il promovimento attivo di una collaborazione tra pazienti e professionisti della salute influisce positivamente sulla qualità delle cure e aumenta la sicurezza. La domanda “Che cosa è importante per lei?” rappresenta il fulcro di questa collaborazione promuovendo una comunicazione centrata sul paziente e volta a costruire una relazione basata sulla fiducia e sull’empatia.

          Perché è così importante porre questa domanda?

          Al fine di creare un ambiente in cui i pazienti si sentono ascoltati e compresi, favorendo una maggiore collaborazione nel percorso di cura. Questa domanda consente agli operatori di:

          • instaurare una relazione con i pazienti;
          • capire la persona che si ha di fronte nel suo contesto di vita e scoprire che cosa conta per lei;
          • agevolare lo scambio con i pazienti e trovare il modo migliore per considerare le loro esigenze; 
          • organizzare il processo di cura insieme ai pazienti per aumentarne l’aderenza terapeutica, migliorare la qualità del trattamento e incrementare la sicurezza dei pazienti. 

          Come può essere applicata concretamente questa domanda nei colloqui con i pazienti?

          Il processo è semplice:

          1. Porre la domanda: “Che cosa è importante per lei?
          2. Ascoltare attentamente la risposta del paziente.
          3. Tenere in considerazione ciò che il paziente ha condiviso.
          4. Condividere queste informazioni con l’équipe interdisciplinare, in modo che tutti possano lavorare insieme per garantire una cura mirata e sicura.

          Mente e Corpo: La Fisioterapia come alleata della Salute Mentale

          Nella ricerca del benessere, spesso ci concentriamo principalmente sulla nostra salute mentale o fisica, dimenticandoci che le due sono strettamente connesse. La fisioterapia si presenta come una disciplina che comprende questa relazione profonda, contribuendo significativamente al nostro benessere generale. Cogliamo l’occasione della giornata mondiale della Fisioterapia per riconoscere il ruolo fondamentale che questa disciplina svolge per la salute mentale.

          Oggi 8 Settembre è la giornata mondiale della Fisioterapia. Indetta nel 1996 da Wold Phisioterapy, La giornata segna l’unità e la solidarietà della comunità fisioterapica globale. È un’opportunità per riconoscere il lavoro che i fisioterapisti svolgono per i loro pazienti e la comunità.

          Mens sana in corpore sano

          Anche se questa locuzione latina originariamente aveva un significato diverso (in un corpo sano c’è una mente sana, ma che bisogna pregare gli Dei affinché concedano l’uno e l’altra), ci dimostra che da lungo tempo siamo consapevoli del legame indissolubile tra la mente ed il corpo.

          I benefici mentali dell’attività fisica sulla nostra psiche sono ampiamente dimostrati. Grazie all’esercizio regolare ed al movimento, il nostro corpo rilascia le endorfine, note come “ormoni della felicità”, che hanno il potere di migliorare notevolmente il nostro umore.

          La fisioterapia, con il suo approccio personalizzato e basato sull’esercizio fisico, è una disciplina che gioca un ruolo cruciale per promuovere questo tipo di benessere.

          I fisioterapisti sono esperti nel trattare una vasta gamma di condizioni fisiche, dalla riabilitazione post-operatoria al trattamento del dolore cronico. Per esempio, il dolore costante o la limitazione delle attività fisiche possono essere causa di ansia e depressione. La fisioterapia può aiutare a gestire questi sintomi, migliorando la qualità della vita e il benessere mentale.

          Gli esercizi fisici mirati, sviluppati da fisioterapisti esperti, possono aiutare a ridurre disturbi emotivi e flessioni dell’umore. L’allenamento aerobico, ad esempio una camminata all’aria aperta, possono migliorare la funzione cognitiva e contribuire a ridurre il senso di affaticamento che spesso accompagna la depressione.

          La fisioterapia può anche essere una risorsa preziosa per le persone che stanno affrontando situazioni stressanti o traumatiche. Attraverso tecniche di rilassamento, come lo stretching e la respirazione profonda, i fisioterapisti possono insegnare ai pazienti a gestire meglio lo stress e a rilassarsi in momenti di tensione.

          La Fisioterapia come Terapia Psichiatrica Complementare

          Se esiste un legame tra la mente ed il corpo, ne esiste sicuramente uno anche tra le discipline che si prendono cura dell’una e dell’altro.

          Nella psichiatria moderna, è sempre più riconosciuto il valore della fisioterapia come terapia complementare. La terapia tradizionale può essere estremamente efficace nel trattare le malattie mentali, ma spesso manca di un elemento fisico. La fisioterapia aggiunge un importante componente corporeo al percorso terapeutico offrendo una via integrativa alle cure farmacologiche e psicologiche.

          In ambito psichiatrico, il fisioterapista opera basandosi sull’assunto che il corpo sia implicato nei processi correlati ai disturbi psichici: il corpo è il veicolo dell’essere al mondo, il corpo è in grado di “raccontare” la propria vita e spesso ne è una coerente espressione.

          L’intervento del fisioterapista aiuta a ripristinare quella connessione tra mente e corpo che spesso le esperienze della vita hanno reso difficile o addirittura interrotto. Esso aiuta a ripristinare o aumentare la consapevolezza corporea ed emotiva, come anche la capacità di esprimere le emozioni e, conseguentemente, stabilire relazioni interpersonali adeguate.

          La chiave per una salute completa

          In un mondo sempre più impegnativo e stressante, prendersi cura della propria salute mentale è diventato essenziale. La fisioterapia emerge come un alleato straordinario in questo percorso. Non si limita a migliorare la nostra salute fisica, ma contribuisce anche a sostenere la nostra salute mentale. In questa Giornata Mondiale della Fisioterapia, prendiamoci un momento per apprezzare il ruolo fondamentale che la fisioterapia gioca nella promozione del benessere. Abituiamoci a non considerare la salute mentale e fisica come due entità separate, ma come interconnesse e dipendenti l’una dall’altra. La fisioterapia è un passo avanti in questa direzione, aiutandoci a vivere vite più sane ed equilibrate.

          147 – La giovane generazione in crisi

          Intervento della dott.ssa Sara Fumagalli e del dott. Daniele Garino alla trasmissione “Laser” di RSI del 01.09.2023

          Dal 2020 il numero di interventi per crisi al 147 (il numero di emergenza di Pro Juventute) è aumentato – nella Svizzera Italiana – quasi del 50% e nel resto della Svizzera i numeri non sono tanto diversi.

          La giovane generazione è in crisi e i motivi sono ancora da indagare: i giovani d’oggi non affrontano sfide solo a scuola, quando cercano un posto di apprendistato o quando fanno il loro ingresso nel mondo del lavoro… la crisi è globale: la crisi di una società che stiamo plasmando e che scricchiola, di genitori che affrontano sfide in passato sconosciute e di operatori del settore che si confrontano sempre più con quella che molti definiscono una “multicrisi”.

          Abbiamo incontrato Mara Foppoli psicologa e psicoterapeuta e responsabile della consulenza di Pro Juventute nella Svizzera italiana, la Dottoressa Sara Fumagalli, Direttrice Sanitaria della Clinica Santa Croce di Orselina e Daniele Garino, Capo clinica del Reparto “Contatto”. Con loro abbiamo cercato di indagare i motivi di questa sofferenza giovanile.

          Fonte: RSI

          Affrontare i cambiamenti di Settembre: accettazione, esplorazione e condivisione.

          Settembre arriva e porta con sé una sensazione di nuovi inizi. Mentre l’estate svanisce, molti di noi cominciano (o ricominciano) scuole, lavori e routine. Sebbene eccitanti, queste transizioni possono anche essere travolgenti: ci mettono di fronte all’ignoto e alle sfide che la vita ci riserva. Come possiamo adattarci efficacemente a questi cambiamenti?

          Settembre, quel mese di frontiera che segna la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno. Per molti, questi trenta giorni rappresentano l’inizio di qualcosa di nuovo: i ragazzi iniziano una nuova scuola, gli sportivi iniziano una nuova stagione, gli adulti tornano al lavoro ad affrontare le conseguenze di tutti quei “ne riparliamo a Settembre” che si sono lasciati scappare.

          Questo periodo dell’anno è una delle metafore più realistiche del cambiamento. Così come la natura attorno a noi inizia il suo processo di trasformazione in relazione all’ambiente, noi stessi siamo chiamati al cambiamento adattandoci alle esperienze di vita e di apprendimento. 

          Ma il cambiamento non è un qualcosa di immediato, è invece un percorso, spesso ricco di ostacoli, e in quanto tale può essere stressante.

          Prima del cambiamento ci sono le transizioni, quelle fasi di passaggio fondamentali nella nostra vita. Esse esistono in quanto momenti estemporanei ma sono aspetti intrinsechi della nostra crescita e sviluppo poiché possono lasciare un segno permanente sulle nostre decisioni. Per questo motivo è importante saper affrontare questi momenti con decisione, senza lasciarsi travolgere dalle incertezze. Eh già, le transizioni ci pongono in una situazione di incertezza: il nostro cervello vede la mancanza di familiarità come una potenziale minaccia che mina il nostro bisogno di stabilità e sicurezza.

          Le emozioni di ansia e stress che accompagnano le transizioni sono quindi del tutto normali e dovremmo accettarle come parte del nostro processo di crescita, imparando a riconoscerle e onorarle, invece di reprimerle o ignorarle. 

          Solo accettando le emozioni possiamo affrontarle in modo costruttivo e, come sempre, guardare dentro di noi per esplorare il nostro mondo interno è una buona strategia per far fronte ai propri stati d’animo e scoprirne le cause.
          Ricordiamoci prima di tutto che ansia e stress (per quanto disprezzati) sono meccanismi di difesa: l’aumento della frequenza cardiaca, della respirazione e dell’attenzione sono finalizzati a migliorare le capacità di sopravvivenza e di affrontare una situazione avversa.
          Chiediamoci quindi qual è la causa sottostante che alimenta la nostra ansia? Cosa stiamo cercando di evitare o proteggere attraverso l’ansia? Spesso, dietro l’ansia si nascondono paure più profonde o bisogni emotivi non soddisfatti e il processo di esplorazione interiore può aiutarci a comprendere meglio noi stessi e ad affrontare con maggior consapevolezza le sfide che ci attendono.

          Ecco alcuni passi pratici che possiamo intraprendere per avviare l’esplorazione interiore e comprendere meglio le cause sottostanti dell’ansia:

          • Meditazione: Dedichiamo del tempo ogni giorno per sederci in silenzio e osservare pensieri, emozioni e sensazioni fisiche. Questo aiuterà a identificare i modelli di pensiero che potrebbero alimentare l’ansia.
          • Scrittura riflessiva: Prendere nota dei pensieri e rileggerli in un secondo momento può aiutarci a esplorare i sentimenti più profondi e a mettere a fuoco le preoccupazioni che potrebbero essere la causa dell’ansia.
          • Crescita personale: Leggere libri, partecipare a workshop o corsi, ascoltare podcast o seguire risorse online che trattano temi di sviluppo personale, consapevolezza e gestione delle emozioni possono fornire nuovi strumenti e prospettive per affrontare l’ansia e intraprendere l’esplorazione interiore.
          • Chiedersi “perché?”: Ogni volta che sentiamo l’ansia, chiediamoci “Perché mi sento così? Cosa sta scatenando questa ansia?”. Scavando più a fondo con domande potrà aiutarci a capire meglio le nostre emozioni.
          • Terapia: Un professionista esperto può aiutarti a esaminare le tue emozioni e i tuoi schemi di pensiero in un ambiente di supporto e guidarti nel processo di scoperta.

          Oltre all’esplorazione interiore, possiamo trarre beneficio anche da altre prospettive psicologiche. Ad esempio, la psicologia positiva ci insegna a concentrarci sugli aspetti positivi delle situazioni, cercando di cogliere le opportunità che i cambiamenti possono offrirci. Invece di focalizzarci solo sulle difficoltà, possiamo adottare un cambio di prospettiva sul problema, spostando l’attenzione su come il cambiamento possa contribuire positivamente su noi stessi. Per esempio:

          • Quali sono i possibili vantaggi o le nuove esperienze positive che questo cambiamento può portare nella mia vita?
          • Quali sono le potenziali opportunità nascoste dietro a questa sfida?
          • Come posso applicare le mie abilità e le mie forze personali per superare questa difficoltà?
          • Come posso applicare ciò che ho imparato da situazioni passate per affrontare questa sfida in modo diverso?
          • Quali sono le nuove connessioni o relazioni che potrei sviluppare a seguito di questo cambiamento?

          Tale approccio può spingerci a considerare quali sono i punti di forza su cui fare leva per fare fronte al cambiamento in modo positivo, può rappresentare un’opportunità per imparare qualcosa di nuovo su noi stessi e sul mondo circostante, e può aiutarci a mantenere un equilibrio emotivo anche durante periodi di incertezza.

          Infine, è importante ricordare che siamo creature sociali e abbiamo bisogno di connessione con gli altri per affrontare meglio le sfide della vita. Proviamo a parlare delle nostre preoccupazioni e timori con amici, familiari o esperti: avere un supporto sociale o un aiuto da parte di un professionista può fornirci prospettive diverse su come affrontare le situazioni.

          In conclusione, le transizioni di settembre sono momenti di cambiamento e crescita personale che possono rappresentare una sfida. Per prepararci al meglio:

          • Proviamo ad affrontare l’ansia e lo stress che esse comportano con comprensione e accettazione delle nostre emozioni.
          • Utilizziamo l’esplorazione interiore e la psicologia positiva per capire a fondo noi stessi e cogliere le opportunità che i cambiamenti ci offrono.
          • Condividiamo i nostri pensieri e sentimenti con gli amici, familiari o professionisti per ricevere un supporto forte e costruttivo.

          Vi auguriamo un settembre pieno di scoperte e nuove possibilità di crescita interiore!

          L’intreccio estivo tra immagine e psiche nell’era digitale

          L’avvento dei media digitali e la loro pervasività hanno profondamente mutato modo di percepire noi stessi. Nel periodo estivo, quando il corpo è maggiormente esposto e gli eventi assumono maggiore rilevanza, emerge con evidenza l’impatto dei social media sulla psiche individuale. È possibile evitare di ritrovarsi imprigionati in un meccanismo di incertezza e insoddisfazione?

          L’estate, con il suo calore avvolgente e i giorni spensierati, è una stagione che evoca immagini idilliache. Tuttavia, sotto questa lieve superficie, si cela un intreccio complesso tra il nostro corpo e la nostra mente. Nell’era digitale in cui viviamo, dominata dai social media che permeano ogni aspetto delle nostre vite, le aspettative sociali e le pressioni della società possono avere effetti profondi sulla nostra salute mentale, specialmente durante i mesi estivi. In questo articolo, ci immergeremo nella relazione tra corpo e mente, esaminando come i social media e le pressioni che ne derivano possano influenzare l’autopercezione, l’immagine del nostro corpo e la salute mentale in generale.

          Un’immagine distorta di sé

          I social media hanno rivoluzionato il modo in cui ci connettiamo, comunichiamo e percepiamo noi stessi. Piattaforme come Instagram e TikTok sono intrise di contenuti effimeri di corpi perfetti, vacanze paradisiache e uno stile di vita senza preoccupazioni. Sebbene questi canali digitali possano fornire ispirazione e connessione, allo stesso tempo alimentano aspettative irrealistiche, favoriscono il confronto e amplificano la pressione sociale.

          Durante l’estate diventa particolarmente evidente l’impatto dei social media sull’immagine del nostro corpo: scorrere foto filtrate di fisici tonici, pelli abbronzate ed estetica impeccabile può distorcere la nostra percezione di ciò che viene considerato “normale” o “bello”.

          Il confronto ossessivo con corpi che sono il frutto di una realtà alterata, produce effetti distorsivi sull’autopercezione e sulla propria corporeità, può minare l’autostima e favorire l’insorgere di insicurezze e inadeguatezze ingiustificate. Ne deriva un circolo vizioso per cui una percezione negativa del proprio corpo, indotta dal confronto ossessivo online, può determinare sofferenza psichica o isolamento, che a loro volta potrebbero retroagire sull’immagine corporea, innescando comportamenti che alterano il rapporto con il cibo (es. anoressia, bulimia).

          Pressioni Sociali e FOMO

          L’estate è spesso caratterizzata da una proliferazione di eventi sociali. Le feste in spiaggia, le grigliate, i festival e le vacanze offrono l’opportunità di connettersi con gli altri, condividere esperienze e creare ricordi indelebili. Tuttavia, l’avvento dei social media ha trasformato queste situazioni, spingendo molti a vivere l’estate attraverso lo schermo del proprio smartphone.

          I social media agiscono come un costante promemoria delle attività estive altrui, alimentando la paura pervasiva di perdere qualcosa (FOMO) e l’ansia di sentirsi esclusi da eventi “imperdibili”.

          Il rischio è che l’intensificazione della pressione sociale per conformarsi alle norme imposte dalla società possano sottrarre il piacere autentico dell’estate e lo trasformino in una competizione per il raggiungimento di uno status. Ed è in questo modo che la ricerca di gratificazione esterna, come ottenere un numero elevato di “mi piace” o complimenti, può far perdere di vista ciò che davvero si desidera e apprezza, con il rischio di perdere l’autenticità e il senso di sé nel tentativo di impressionare (o impersonare) gli altri o di conformarsi alle aspettative esterne.

          Ecco dunque che ci si ritrova intrappolati in un meccanismo in cui si è portati a credere che la propria esperienza estiva debba essere in linea con gli standard delle immagini idilliache che appaiono online, alimentando il timore di essere esclusi o la percezione di non essere all’altezza degli standard condivisi.

          Fuggire dalla trappola dei social media

          Nonostante sia quasi impossibile sfuggire completamente all’influenza dei social media, esistono strategie per promuovere una relazione più sana tra il corpo e la mente durante il periodo estivo. Innanzitutto occorre riacquistare consapevolezza dei social media: essere, quando si può, selettivi nei contenuti fruiti, limitando o “flaggando” quelli che veicolano modelli irreali; valorizzare rappresentazioni inclusive della diversità. Ma serve soprattutto recuperare la propria unicità al di là della dimensione virtuale: ascoltare i bisogni autentici, ricercare attività appaganti per mente e corpo, coltivare relazioni reali basate sulla condivisione di tali attività.

          In questa deriva narcisistica imposta dalla società digitale, c’è il rischio che l’individuo smarrisca se stesso e la connessione profonda con il proprio Sé,  e che diventi incapace di ascoltare i suoi bisogni più autentici, ecco dunque qualche consiglio per fuggire dalla trappola di incertezza e insoddisfazione:

          • Consumo Consapevole dei Media

          Sii consapevole dei contenuti che consumi e smetti di seguire account che scatenano sentimenti negativi o perpetuano standard irrealistici. Circondati di rappresentazioni corporee diverse e messaggi positivi che promuovono l’accettazione di sé e l’inclusività del corpo.

          • Autenticità e Auto-Riflessione

          Abbraccia la tua unicità e riconosci che gran parte del contenuto sui social media non è sincero, c’è una sostenuta probabilità che sia soggetto a modifiche digitali per apparire perfetto o che sia addirittura finto. Inoltre impegnati nella riflessione su te stesso per identificare i tuoi valori, interessi e obiettivi personali, anziché cercare una validazione esterna.

          • Equilibrio e Cura di Sé

          Fai della cura di sé una priorità, promuovendo il benessere mentale e fisico. Pratica regolarmente attività fisica, nutri il tuo corpo con cibi sani, pratica la mindfulness e dedica del tempo ad attività che ti portano gioia e relax.

          • Supporto

          Rivolgiti ad amici, familiari o professionisti della salute mentale quando persistono sentimenti di ansia, depressione o un’immagine negativa del corpo. Cercare supporto e discutere le proprie preoccupazioni può fornire una preziosa prospettiva e orientamento.

          L’estate dovrebbe essere un periodo di gioia, connessione e scoperta di sé. Tuttavia, l’influenza dei social media e delle pressioni sociali può avere un impatto significativo sulla nostra salute mentale. È importante prendere consapevolezza di questa dinamica e adottare misure per coltivare una relazione sana tra corpo e mente, in modo da godere appieno della stagione estiva e promuovere il benessere complessivo. Siate gentili con voi stessi, abbracciate la vostra autenticità e ricordate che l’estate è un momento per nutrire il corpo e la mente, liberandovi dalle catene delle aspettative sociali.

          Le sfide emotive degli adolescenti durante la pausa estiva dalle scuole.

          Cambiamenti di routine, pressione sociale, periodi di transizione. È quasi impensabile che le vacanze possano diventare motivo di stress e preoccupazione per gli adolescenti, tuttavia si celano alcune insidie: impariamo a riconoscerle ed evitarle.

          Eccoci qui, avvolti nella sua (quasi fin troppo) calda carezza, a vivere l’Estate!

          Una stagione che ha ispirato libri, film e canzoni. Una stagione che, nel mondo dei luoghi comuni, è simbolo di gioia, vitalità e spensieratezza. Un tempo di magia e trasformazione, libertà e scoperta, in cui i giorni si allungano e la natura si risveglia in un tripudio di colori e profumi.

          Un po’ come quella stagione della vita che si chiama adolescenza, che nient’altro è che quel confine sottile tra l’infanzia e l’età adulta, quel periodo di crescita e scoperta in cui ci si confronta con cambiamenti fisici, sociali ed emotivi, lasciandosi travolgere dall’euforia ma anche da nuove paure ed ambivalenze.

          Durante l’adolescenza i giovani si trovano a lottare con le complesse sfide dell’identità, della crescita, dell’affermazione di sé,  con scelte di vita difficili ed un rapporto con il mondo degli adulti e dei genitori sempre più complicato. Alcune sfide si presentano sopratutto in questo momento: la pausa estiva infatti con il suo mix di tempo libero, attività ricreative e nuove esperienze, può rivelarsi un terreno fertile per una gamma di emozioni profonde e contrastanti. Per molti giovani, l’estate rappresenta una fuga dall’opprimente routine scolastica. Le lezioni, gli impegni e le pressioni accademiche sono finalmente lasciati alle spalle, lasciando spazio a un senso di libertà e desiderio di autonomia. Ma siamo certi che tutto questo sia cosi’ facile ed entusiasmante da gestire? Un mondo emotivo sta “esplodendo” proprio come la natura: meraviglioso ma anche insidioso, spesso difficile da comunicare agli adulti se non con tentativi mascherati e apparentemente incomprensibili”. Cosa fare di fronte a questo mondo? Scappare? Aggredirlo? Rifiutarlo? Amarlo.

          Ecco dunque una serie di insidie che non possiamo permetterci di sottovalutare:

          Isolamento sociale

          “Ecco la scuola è finita, che bello! Ma ora cosa faccio?”

          L’interruzione della routine scolastica e l’isolamento dai compagni di classe e dagli insegnanti possono provocare negli adolescenti un senso di vuoto che può lasciarli alla deriva in un mare di solitudine e incertezza.

          Il tema del colmare il “vuoto” e fare fronte all’angoscia che esso determina è fondamentale in questa fase di vita: quello che succede è che spesso tutto questo porta a comportamenti disfunzionali di tipo aggressivo, impulsivo, c’è il rischio che il vuoto venga riempito anche in modo illecito. Come guidare I ragazzi a vie alternative?

          Ciò che sicuramente è attrattivo e sano per un giovane è potersi confrontare con i propri coetanei, condividere emozioni, paure insicurezza in un clima di solidarietà e fratellanza.

          Questo tipo di aggregazione può diventare uno spazio privilegiato in cui i giovani si ritrovano, condividono esperienze e si confrontano con la dinamiche della vita. In queste occasioni, l’incontro con coetanei provenienti da diverse realtà e contesti può rappresentare un’occasione per ampliare gli orizzonti, mettere alla prova le proprie abilità sociali e imparare a gestire le relazioni in modo più consapevole.

          Inoltre, partecipare a attività che richiedono collaborazione e condivisione può aiutare gli adolescenti a sentirsi parte di qualcosa di più grande, a stabilire legami significativi e a sviluppare un senso di appartenenza.

          L’obiettivo è creare spazi in cui gli adolescenti possano sperimentare relazioni autentiche, in cui possano esprimere le proprie emozioni e sentimenti senza paura di essere giudicati. In questo modo, si potranno sviluppare legami profondi che permetteranno loro di affrontare meglio l’isolamento e la solitudine.

          Infine, è cruciale sottolineare che ogni adolescente ha una soglia di tolleranza differente per la solitudine e l’isolamento. Alcuni potrebbero trarre beneficio da attività sociali intense e frequenti, mentre altri potrebbero preferire momenti di solitudine e riflessione. L’importante è rispettare i bisogni individuali, creando un equilibrio tra la dimensione sociale e quella personale.

          Gestione del tempo libero

          Con l’assenza degli impegni scolastici, gli adolescenti si trovano improvvisamente con un’abbondanza di tempo libero. Tuttavia, la noia rappresenta un’altra emozione a volte “insopportabile” soprattutto in considerazione di una società e collettività iper stimolata e iper produttiva, dove il “non aver nulla da fare” viene spesso vissuto anche dall’adulto come una “perdita di tempo”. È fondamentale che gli adolescenti siano aiutati nel sostenere eventuali attese o “tempi morti”, nel valorizzare una creatività poco espressa nella rigidità dei tempi scolastici stimolare la volontà di scegliere e perseguire un sano desiderio vitale, sfruttando l’opportunità per esplorare nuovi interessi e coltivare passioni.

          Niente come coinvolgere in una nostra passione potrebbe essere contagioso: lettura, apprendimento di nuove abilità, pratica di sport diversi, l’immersione nell’arte o l’impiego nel volontariato possono offrire preziose occasioni di crescita personale ed emotiva, ancora meglio se svolti in compagnia. Non ultimo sostenere le peculiarità personali di ogni ragazzo, interessi unici che favoriscano la crescita e determinarsi come individui unici nel proprio valore.

          Pressione sociale

          Durante il periodo estivo, gli adolescenti affrontano una serie di pressioni sociali che possono essere amplificate dall’uso dei social network. L’immagine perfetta di corpi scolpiti, avventure straordinarie e momenti di felicità ininterrotta che permea le piattaforme social può generare un senso di inadeguatezza e insicurezza in coloro che si confrontano con queste rappresentazioni idealizzate.

          Le vacanze estive rischiano di diventare un’occasione di esasperazione del “mettersi in mostra” creando un immagine di sé virtuale perfetta e infallibile. La ricerca di approvazione online, i like, i commenti e le condivisioni possono diventare fonte di ansia e stress, alimentando la percezione di dover corrispondere a standard irrealistici.

          Tuttavia, è fondamentale che gli adolescenti siano consapevoli del fatto che l’autenticità e l’accettazione di sé stessi sono più importanti dei giudizi esterni: dovrebbero essere aiutati a concentrarsi su ciò che li rende veramente felici e sviluppare una sana autostima basata sui propri valori e interessi personali.

          In questo contesto, è fondamentale promuovere una cultura digitale consapevole, educando gli adolescenti sull’importanza di una sana gestione dei social network. Invece di confrontarsi con gli altri, dovrebbero utilizzare i social media come strumento per connettersi, ispirarsi e condividere esperienze significative privilegiando l’autenticità rispetto all’apparenza.

          Preoccupazioni per il futuro

          Durante le vacanze estive, molti adolescenti si trovano ad affrontare preoccupazioni riguardanti il futuro, in particolare la transizione scolastica. È normale che siano afflitti da ansie e incertezze riguardo alle scelte che dovranno affrontare. Oggi l’incertezza per il futuro accomuna anche gli adulti, il mondo del lavoro appare sempre più precario e meno appagante: trasmettere la fiducia che trovando la loro “genialità” nel campo a loro affine, impegnandosi ogni giorno nel loro meglio gli permetterà di creare il futuro che desiderano..

          È importante che comprendano che l’estate è un periodo di pausa e riposo, un’opportunità per ricaricare le energie ma anche l’occasione di fare ricerca, approfondire interessi personali e partecipare ad attività che favoriscono la scoperta di nuove passioni. Queste esperienze possono contribuire a dissipare l’ansia e favorire una maggiore consapevolezza di sé stessi e delle proprie inclinazioni. Ricordiamo agli adolescenti che il futuro non è qualcosa da affrontare con timore, ma piuttosto come un percorso di scoperta e crescita personale. L’estate può offrire un’opportunità preziosa per riflettere sulle proprie aspirazioni, esplorare nuovi orizzonti e coltivare un senso di fiducia nel proprio potenziale.

          È fondamentale quindi che gli adolescenti non si lascino paralizzare dalle incertezze sul futuro ma che approfittino di queste vacanze per esplorare, sperimentare e nutrire le loro passioni. Il viaggio verso il futuro è un processo di apprendimento e autodiscovery, e l’estate può fungere da trampolino di lancio per un futuro luminoso e gratificante.

          Auto-cura e benessere mentale

          Durante la pausa estiva, prendersi cura del proprio benessere mentale diventa ancora più importante. L’estate offre un’opportunità preziosa per dedicarsi alla cura del proprio benessere fisico e psicologico: sviluppare una routine personale, inclusi orari regolari per il sonno e l’esercizio fisico, seguire una dieta equilibrata e dedicarsi a pratiche di rilassamento come la meditazione o il journaling, può contribuire a mantenere uno stato emotivo sano e stabile.

          Inoltre, gli esperti sottolineano l’importanza di cercare supporto e parlare con persone di fiducia qualora si dovessero affrontare sfide emotive. La consulenza psicologica o l’assistenza di un professionista della salute mentale possono essere di grande aiuto nel fornire strategie specifiche per affrontare le sfide dell’estate e non solo.

          In conclusione, l’estate rappresenta un periodo di sfide emotive per gli adolescenti, che si trovano ad affrontare una serie di cambiamenti e pressioni durante la pausa scolastica. L’isolamento sociale può essere mitigato attraverso la creazione di connessioni significative e la partecipazione a programmi estivi che favoriscano l’incontro con coetanei provenienti da diverse realtà. È fondamentale che gli adolescenti gestiscano il tempo libero in modo creativo, esplorando nuovi interessi e coltivando passioni, creando connessioni sociali ed esperienze condivise.

          La pressione sociale, amplificata dai social media, richiede che gli adolescenti si concentrino sull’autenticità e sull’accettazione di sé stessi, promuovendo una cultura digitale consapevole. Riguardo alle preoccupazioni per il futuro, l’estate offre un’opportunità per esplorare, sperimentare e sviluppare una maggiore consapevolezza di sé stessi. Infine, l’auto-cura e il benessere mentale sono cruciali, incoraggiando una routine sana, il supporto da parte di persone di fiducia e l’eventuale consulenza professionale per affrontare le sfide emotive. Durante questa stagione di trasformazione, gli adolescenti possono trovare una via per crescere, scoprire e nutrire il loro potenziale, iniziando un viaggio verso un futuro luminoso e gratificante.

          La consapevolezza alimentare: l’importanza di promuovere una relazione sana con il cibo.

          Promuovere una relazione sana con il cibo è fondamentale per il benessere mentale e fisico. Una delle strategie per raggiungere questo obiettivo è la consapevolezza alimentare: un approccio che ci invita ad essere presenti e consapevoli durante i pasti, ad ascoltare il nostro corpo e a sviluppare una relazione equilibrata con il cibo. In questo articolo, esploreremo il concetto di consapevolezza alimentare e l’importanza di integrarlo nella nostra vita quotidiana.

          Il legame tra la mente e l’alimentazione.

          La giornata mondiale dei disturbi del comportamento alimentare ci spinge a riflettere sul legame tra salute mentale e alimentazione. È importante riconoscere che il nostro rapporto con il cibo può essere influenzato da fattori psicologici ed emotivi.

          Spesso, disturbi alimentari come l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il disturbo da evitamento/restrizione del cibo, sono il risultato di una sofferenza profonda e complessa che ha le sue radici nella dimensione psicologica (ne abbiamo parlato in questo articolo con la dottoressa Nespeca, vice primario della Clinica Santa Croce).

          La consapevolezza alimentare ci invita ad esplorare questi fattori, a essere attenti alle nostre sensazioni fisiche e agli stati emotivi associati al cibo. La consapevolezza può aiutarci a comprendere meglio le nostre abitudini alimentari e a sviluppare una relazione più sana con l’alimentazione e di conseguenza con la nostra mente.

          La ricerca scientifica e i benefici della consapevolezza alimentare

          La ricerca scientifica ha fornito prove significative dei benefici della consapevolezza alimentare per la gestione dei disturbi alimentari e per il miglioramento del benessere mentale complessivo. Uno studio del 2017 pubblicato su BMC Medicine ha esaminato l’effetto di un intervento dietetico mirato al miglioramento della qualità della dieta sulla salute mentale.

          Lo studio ha coinvolto un gruppo di individui con sintomi depressivi moderati, senza diagnosi di disturbo alimentare. Durante l’intervento, i partecipanti sono stati incoraggiati a seguire una dieta bilanciata, ricca di nutrienti, e ad adottare abitudini alimentari consapevoli. Sono state fornite indicazioni sulla scelta di alimenti sani, sulla consapevolezza delle porzioni e sulla gestione delle emozioni legate all’alimentazione.

          I risultati dello studio hanno dimostrato che l’intervento dietetico ha avuto un impatto positivo sulla salute mentale dei partecipanti. I sintomi di depressione sono diminuiti significativamente nel gruppo suggerendo che una dieta equilibrata e l’adozione di abitudini alimentari consapevoli possono contribuire alla riduzione dei sintomi di depressione e migliorare il benessere mentale complessivo.

          Altri studi hanno evidenziato benefici simili della consapevolezza alimentare nei disturbi alimentari specifici, come l’anoressia nervosa e la bulimia nervosa. La consapevolezza alimentare è stata associata a una riduzione dei comportamenti alimentari disfunzionali, come il binge eating e la restrizione alimentare e a un miglioramento dell’immagine corporea e dell’autostima.

          È importante sottolineare che la consapevolezza alimentare non è un approccio isolato per la gestione dei disturbi alimentari, ma deve essere integrata ad altre forme di trattamento nel contesto di un intervento multidisciplinare. L’obiettivo è dunque quello di adottare un approccio olistico per affrontare i disturbi alimentari, tenendo conto degli aspetti mentali, emotivi e fisici della salute.

            

          La mindful eating: una pratica per una relazione sana con il cibo

          La mindful eating, o alimentazione consapevole, è una pratica che ci incoraggia a rallentare, a gustare ogni boccone e ad essere consapevoli delle nostre sensazioni di fame e sazietà. In questo modo permettiamo alla nostra mente di connettersi al nostro corpo, di ascoltare le sue necessità e di sviluppare una relazione più serena con il cibo. La mindful eating ci insegna a evitare il mangiare in modo automatico o emotivo, e ci spinge a prestare attenzione a ciò che mangiamo e ai segnali che il nostro corpo ci invia.

          Può essere integrata nella vita quotidiana attraverso piccoli cambiamenti di abitudini. Possiamo iniziare prestando attenzione al nostro stato mentale ed emotivo prima di sederci a tavola. Possiamo chiederci se siamo realmente affamati o se stiamo cercando di soddisfare un bisogno emotivo. Durante i pasti, possiamo concentrarci sui sapori, sulle consistenze e sulle sensazioni fisiche che il cibo ci offre. Possiamo anche prestare attenzione ai segnali di sazietà del nostro corpo e fermarci quando ci sentiamo soddisfatti, invece di continuare a mangiare senza motivo.

          Integrare la consapevolezza alimentare nella nostra vita quotidiana richiede impegno e pratica, ma può portare a cambiamenti positivi e duraturi nella nostra relazione con il cibo. Una maggiore attenzione verso le sensazioni legate all’atto di mangiare ci aiuta a riconoscere e ad affrontare gli schemi di pensiero negativi o disfunzionali legati allalimentazione, a promuovere una maggiore gratitudine per il cibo e ci incoraggia a sperimentare sensazioni di piacere e soddisfazione. Scegliere di essere consapevoli durante i pasti è un passo importante verso una vita più sana e soddisfacente.

          Giornata Mondiale dell’Infermiere 2023

          Le 7 qualità più importanti sul lavoro e le buone abitudini per prendersi cura di sé: conosciamo gli infermieri della Clinica Santa Croce!

          In occasione della Giornata Mondiale dell’Infermiere, celebrata il 12 maggio di ogni anno, è importante riconoscere il ruolo essenziale che gli infermieri svolgono nella cura dei pazienti e nel sistema sanitario. Gli infermieri non solo forniscono assistenza medica, ma sono anche i punti di riferimento per i pazienti e le loro famiglie durante un periodo di vulnerabilità. Insomma essere infermiere richiede un’innumerevole dose di qualità e competenze, in questo articolo ne esploreremo 7, le più importanti per gli infermieri dalla Clinica Santa Croce:

          Gli infermieri sono spesso rappresentati come persone amorevoli e premurose che si dedicano alla cura dei pazienti. Tuttavia, è importante ricordare che anche loro hanno bisogno di prendersi cura di se stessi. Esaminiamo quindi una serie di buone abitudini che gli infermieri adottano al fine di gestire meglio le sfide quotidiane del lavoro. Ricordiamo che prendersi cura di sé stessi è fondamentale per migliorare la salute generale e mantenere un alto livello di prestazioni, ma non solo per gli infermieri!

          • Pianificare il tempo libero: spesso il lavoro comporta turni lunghi e irregolari, il che può rendere difficile trovare il tempo per se stessi. Tuttavia, è importante programmare attivamente il tempo libero per riposarsi e rigenerarsi.
          • Svolgere attività fisiche regolari: l’esercizio fisico può aiutare a ridurre lo stress e migliorare la salute generale. Ciò può includere l’allenamento in palestra, la corsa o lo yoga.
          • Seguire una dieta equilibrata: una dieta equilibrata può aiutare a mantenere la salute generale e aumentare l’energia. Ciò può includere il consumo di frutta e verdura fresca, proteine magre e cereali integrali.
          • Dormire adeguatamente: il sonno è fondamentale per il recupero fisico e mentale. È importante avere tra le 7 alle 8 ore di sonno a notte e seguire una routine regolare per aiutare a migliorare la qualità del sonno.
          • Prendersi una pausa: sarebbe opportuno prendersi regolarmente una pausa durante il lavoro per ridurre lo stress e migliorare la produttività. Una pausa di 10-15 minuti può essere sufficiente per rilassarsi e ricaricare le energie.
          • Imparare tecniche di gestione dello stress: la respirazione profonda o la mindfulness, possono aiutare a ridurre lo stress sul posto di lavoro.
          • Cercare aiuto professionale: è importante cercare aiuto professionale se ci si sente sopraffatti o stanno vivendo problemi di salute mentale. Ciò può includere la consulenza o la terapia.
          • Mantenere una mentalità positiva: una mentalità positiva può aiutare a gestire lo stress e ad affrontare le sfide quotidiane del lavoro.

          Ansiolitici, consumi da record a sud delle Alpi

          Intervento della dott.ssa Sara Fumagalli ad “Alphaville” di RSI del 12.04.2023

          I sonniferi e i tranquillanti sono rimedi impiegati in caso di disturbi del sonno e stati di ansia. Se usati correttamente sono molto efficaci, ma se assunti per un periodo prolungato possono creare dipendenza. In Svizzera, l’evoluzione dell’abuso e della dipendenza da medicamenti è sotto osservazione da molto tempo e i dati del 2021 pubblicati di recente dall’Osservatorio della salute ci dicono che il consumo quotidiano di benzodiazepine in Ticino è nettamente superiore a quello di tutti gli altri cantoni svizzeri.

          Le valutazioni della psichiatra e psicoterapeuta Sara Fumagalli in merito a questa preoccupante tendenza.

          Fonte: RSI

          Intervento del dott. Folini a “Falò” di RSI La1 del 7.04.2023

          Farmaci illegali, un preoccupante mercato nero di Katia Ranzanici e Simona Bellobuono

          Le pastiglie per l’erezione sono tra i farmaci più contraffatti, ma all’interno della famosa “pillola blu” ci può essere di tutto, anche inchiostro per stampanti! Quello dei medicinali contraffatti venduti in rete o nel dark web è uno dei maggiori business criminali al mondo. Nel 2022 in Svizzera sono state confiscate quasi 7’000 spedizioni contenenti medicamenti importati illegalmente e 10’000 l’anno precedente. Si può pensare che siano solo gli anziani a fare uso di stimolanti sessuali, in realtà il consumo è ben diffuso anche tra i giovani. Tra i farmaci confiscati vi sono pure numerose sostanze psicoattive che vengono usate dagli studenti come sostanze dopanti per la mente che potenzierebbero la concentrazione. Il loro consumo è alle stelle. I giovani le acquistano facilmente attraverso i social o nel dark web, una piazza di spaccio sconfinata e allarmante.

          Uniti dai muscoli di Letizia Oldrati

          Vogliono un corpo perfetto e per ottenerlo sono pronti a qualunque sacrifico. Una dieta ferrea e tanta palestra sono ovviamente requisiti indispensabili ma non bastano. Ci vuole una sorta di dedizione totale, in cui la vita quotidiana è tutta imperniata attorno alla cura del corpo. Succede che spesso nascono delle coppie che hanno un obiettivo comune: primeggiare nei concorsi in cui si mostrano i muscoli. Ospiti: Giovan Maria Zanini, farmacista cantonale TI e Lorenzo Folini, psichiatra-Psicoterapeuta Clinica Santa Croce Orselina.

          Fonte: RSI

          Autismo. Quando la coppia … scoppia.

          Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo.

          Articolo della dott.ssa Anna Saito.
          Esperta nel trattamento dei Disturbi dello Spettro Autistico.

          L’Autismo è un disturbo del neurosviluppo che si manifesta, con problemi nella comunicazione (sia verbale che non verbale), nelle interazioni sociali, e la presenza di comportamenti bizzarri o disfunzionali. L’Autismo è un tipo di funzionamento che si mantiene per tutta la vita ma può essere reso meno grave grazie ad interventi educativi speciali che si basano sull’applicazione dei principi dell’analisi del comportamento applicata (ABA).

          Quando parliamo di Autismo in effetti vi è la tendenza a considerare solamente la persona autistica tralasciando l’ecosistema familiare, spesso considerato come una macchina che non può permettersi di provare sconforto dalla situazione difficile in cui anch’esso è coinvolto direttamente, sia nelle difficoltà che nella sofferenza.

          La presenza di un soggetto autistico può avere un forte influenza sul funzionamento della coppia, enfatizzando i lati deboli dei pattern di attaccamento e gli stili affettivi reciproci. Queste dinamiche possono mettere a dura prova la relazione, minando la stabilità della famiglia e portando talvolta alla disgregazione del nucleo stesso.

          Per evitare che i comportamenti disfunzionali, che inevitabilmente si rintracciano in un funzionamento Autistico, diventino elemento di allontanamento della coppia o disgregazione del nucleo famigliare è importante che la coppia abbia accesso a sostegno psicologico o psichiatrico per gestire gli effetti dell’Autismo sulla loro relazione e che si sottoponga ad un vero e proprio tutoring specifico in cui la coppia può acquisire gli strumenti necessari per affrontare le situazioni problematiche generate dall’Autismo, senza che esse abbiano effetti disfunzionali sulla relazione e che la coppia … scoppi.

          Uno dei primi passi da compiere è quello di individuare lo stile affettivo di ciascuno dei componenti della coppia prima che fosse messo a confronto con la presenza di un soggetto con Autismo all’interno del nucleo famigliare. La coppia quindi, attraverso racconti e ricordi, scava nel proprio passato alla ricerca delle sensazioni e delle dinamiche che hanno portato la coppia a formarsi. In questo modo, la coppia può comprendere meglio il proprio comportamento reciproco e diventare più consapevole delle proprie esigenze e dei propri bisogni.

          Una volta individuato lo stile affettivo della coppia, sarà necessaria un’analisi volta ad individuare le caratteristiche e le problematiche legate all’Autismo che lo influenzano e lo modificano, con lo scopo di portare la coppia ad un riconoscimento delle dinamiche che creano il problema e fornendogli strumenti per risolverlo.

          Oltre al tutoring parentale, è di immenso aiuto per una coppia, costruire o fare affidamento su una rete di supporto già esistente che può offrire un aiuto prezioso sia dal punto di vista pratico che emotivo. Il genitore infatti può confrontarsi con chi deve affrontare problematiche simili sullo stesso territorio, trovando associazioni ed antenne di quartiere pronte ad offrire supporto e know how. Nel canton Ticino ci sono associazioni che operano in tale senso: asi Autismo Svizzera Italiana, da oltre 30 anni, offre un punto dappoggio e dincontro, sia per ricevere un sostegno concreto alla loro quotidianità sia per capire e approfondire i problemi dell’Autismo. La fondazione ARES invece offre risorse e competenze a persone con Disturbo dello Spettro Autistico, alle loro famiglie e a tutti coloro che quotidianamente si occupano o entrano in contatto con loro, allo scopo di valorizzare lindividuo partendo dalle sue caratteristiche.

          In sintesi, l’Autismo può rappresentare una sfida significativa per la coppia e per l’intera famiglia, tuttavia con il sostegno adeguato di una rete di cura efficiente, il genitore può imparare a riconoscere e rispettare le esigenze del partner al fine di trovare un modo per armonizzare la propria relazione e far fronte alle sfide legate all’Autismo promuovendo al contempo il benessere di tutta la famiglia.

          Dr.ssa Anna Saito

          Psichiatra della Clinica Santa Croce
          Esperta nel trattamento dei Disturbi dello Spettro Autistico.

          Mail: a.saito@santacroce.ch
          Tel: +41 (0)91 735 41 59

          Uniti nel percorso della malattia

          Giornata del Malato 2023

          Berna, Marzo 2023. Da oltre 80 anni e con 35 enti gestori nel frattempo, la prima domenica di marzo di ogni anno, la Giornata del malato, congiuntamente al Presidente della Confederazione, da un segnale a favore delle persone malate e disabili in Svizzera. Il motto del 5 Marzo 2023 è «Uniti nel percorso della malattia».

          La prima Giornata del Malato è stata ideata nel 1939 dalla dott.ssa Marthe Nicati, una medico specializzato in tubercolosi. Nel 1943, la celebrazione è stata estesa a tutta la Svizzera. Attualmente, l’evento è organizzato dall’associazione no-profit “Giornata del malato”, con sede a Berna, e promosso in territorio Ticinese dall’associazione AGMSI.

          Le associazioni promotrici della Giornata del Malato e i loro membri sensibilizzano l’opinione pubblica sulla salute e la malattia attraverso un tema di attualità una volta all’anno nella prima domenica di Marzo. L’obiettivo delle associazioni è quello di favorire la comunicazione e la comprensione tra le persone sane e i malati, di ricordare alle persone sane i loro doveri nei confronti dei malati e di promuovere la consapevolezza dei bisogni dei malati. Inoltre, si impegna a far riconoscere l’importante lavoro svolto dai professionisti e dai volontari che si dedicano alla cura dei pazienti e delle persone malate.

          Con il motto della Giornata del malato del 2023, “Uniti nel percorso della malattia”, si vuole evidenziare che la vita con malattie e disabilità comporta una vasta gamma di emozioni e situazioni, spesso paragonate a un viaggio. Questa metafora rispecchia la realtà di molte persone che affrontano malattie croniche e disabilità, che possono scegliere di intraprendere questo viaggio da soli o con un piccolo gruppo di familiari, oppure cercare il supporto di organizzazioni e gruppi di auto-aiuto per connettersi con altre persone che vivono situazioni simili. In queste occasioni, le persone possono trovare sostegno, scambiarsi esperienze e ricevere consigli preziosi da persone che hanno già vissuto situazioni simili. È inoltre sottolineata l’importanza di comprendere la situazione della persona e offrire il supporto e l’assistenza necessari per garantire il miglioramento delle loro condizioni di salute e del loro benessere complessivo.

          I ragazzi e il disagio psichico

          Approfondimento della trasmissione RSI “Il Quotidiano” del 27.02.23

          I recenti fatti di cronaca hanno acceso i riflettori su un crescente problema. Il numero dei ricoveri psichiatrici di minorenni in Svizzera ha subito una notevole impennata, nel 2021 il numero di ricoveri psichiatrici per minorenni ha superato del 40% la media dei cinque anni precedenti. Un dato che mette in evidenza i limiti del sistema Ticinese, attualmente non provvisto di una specifica struttura chiusa per il ricovero di minorenni con problemi psichiatrici.

          L’indagine de “Il Quotidiano” approfondisce le strategie delle diverse cliniche psichiatriche del Ticino in attesa dell’unità Pedospichiatrica riservata ai minorenni, tra cui la Clinica Santa Croce che si è attivata per far fronte all’urgenza della situazione creando un reparto esclusivamente dedicato ai giovani: il Reparto ConTatto.

          Invariato:

          Sempre più ragazzi con l’emotività fuori controllo

          Intervista alla dott.ssa Fumagalli e al dott. Garino sul quotidiano LaRegione del 02.02.23

          Riproponiamo l’articolo uscito oggi (02.02.2023) sul quotidiano La Regione di D. Martinoni con intervista alla dott.ssa Fumagalli, direttore sanitario della Clinica Santa Croce, e il dott. Garino psichiatra e responsabile del nuovo reparto ConTatto alla Clinica Santa Croce.

          Un crescente aumento delle casistiche giovanili che soffrono del cosiddetto “disagio esistenziale” ha evidenziato l’esigenza di un reparto protetto non chiuso, destinato alle persone più giovani. Si tratta del reparto ConTatto, attivo da Luglio 2021, che predispone una presa a carico acuta e specialistica permettendo però ai giovani di vivere insieme, di condividere la propria sofferenza e di aiutarsi reciprocamente, con un’organizzazione scolastica come planning settimanale condiviso che favorisce un senso di appartenenza e fratellanza.

          L’intervista interroga i due medici della Clinica Santa Croce sia sul tipo di problematica che affligge sempre di più i giovani sia sulle loro sofferenze, sempre più difficili da decifrare e che molto spesso trovano modi intricati per emergere. L’intervista si sofferma non solo sulle sfide dei pazienti ma anche su quelle del personale curante che riconosce l’importanza di un indispensabile lavoro di squadra tra le quattro mura della clinica, ma anche di rete e collaborazione con le altre istituzioni cantonali.

          Scaricare l’intervista

           

          Dipendenza da internet, FOMO e nuovi approcci verso i giovani.

          A cura del dott. Daniele Garino, psichiatra della Clinica Santa Croce
          Responsabile del Reparto ConTatto

          Il tema delle dipendenze (o addiction, secondo la terminologia Inglese), delluso e dellabuso delle sostanze affonda le proprie radici nel mondo preistorico, quando gli utilizzi di piante come oppio o di funghi allucinogeni non era legato ad un aspetto edonistico, ma era parte integrante di usi e costumi religiosi, si pensava infatti che favorisse il contatto e la comunicazione con il mondo degli spiriti.

          In tempi più moderni, complice anche la pandemia che ha giocoforza ampliato luso di dispositivi elettronici per mantenere i contatti scolastici, lavorativi e sociali, ma che non è stata, in molti casi, un momento di acculturazione digitale, si è cominciato a parlare di dipendenza da internet, da social network e, sempre più insistentemente, di FOMO (Fear of Missing Out”, paura di essere tagliati fuori).

          Questi fenomeni, che interessano principalmente la fascia giovanile ma che si stanno verificando con frequenza anche in una fetta demografica di età più avanzata, sono di sempre maggiore attualità. Secondo alcune statistiche, luso di dispositivi elettronici per fini non prettamente scolastici o lavorativi assorbe sino a due mesi allanno del tempo di una persona nel mondo Occidentale; di circa una decina di anni fa invece era la statistica per cui lattivazione media dello schermo dello smartphone ammontava a 80 volte al giorno, almeno una volta ogni 20 minuti di veglia.

          Le spinte allutilizzo di questi strumenti sono molteplici. In caso di compresenza di sindromi di pertinenza specialistica, il timore di potersi perdere un evento, o una interazione particolarmente appagante, o anche solo un contatto fra persone terze, si somma a tratti personologici sottostanti che possono essere stimolati con rilievo di un grado di sofferenza elevato sperimentato da parte della persona in questione.

          Secondo la prospettiva offerta dalla Confederazione Elvetica, i caratteri della dipendenza sono comunque la parte estrema di uno spettro ai cui poli troviamo appunto laddiction e, al lato opposto, un comportamento a basso rischio.  I fattori influenzanti sono soggettivi, sociali, biologici e psicologici.

          Quali sono le caratteristiche problematiche? Quale il limite fra fisiologia e patologia?

          Domanda di difficile risposta, visto anche il graduale spostamento di vari servizi sul telefono cellulare, come, ad esempio, lordinazione di cibo, la gestione delle assicurazioni sanitarie o lhome banking. Generalmente, come per tutti i disturbi di carattere psichico, il maggior discrimine fra patologico e fisiologico è il disagio clinicamente significativo, in questo caso in termini di ansia anticipatoria, pensiero focalizzato principalmente su quanto accade nella sfera digitale con progressiva noncuranza per impegni della vita offline” che, qualora non ottemperati, possono portare delle conseguenze di cosiddettedisruption” nel percorso di espressione delle proprie potenzialità.

          Cosa si può fare per intervenire?

          Come detto dal dr. Lancini, psicoterapeuta delletà evolutiva di Milano, a un recente incontro a Muralto: come sta andando su Instagram?” è un interrogativo molto più vicino a quanto si dovrebbe chiedere su come sta il/la proprio/a figlio/a rispetto a quello che il mondo degli adulti pensa considerata la forte spinta verso la digitalizzazione negli ultimi anni senza che vi fosse un governo di tale fenomeno in un senso di crescita e per cui non sempre lesempio delladultità è stato appropriato (si ragioni su quelli che sono in molti casi i gruppi di chat dei genitori dei bambini in età scolare che da strumento pratico diventano spazio per la condivisione di pensieri spesso fuori tema).

          Certamente, un buon uso dei dispositivi elettronici dovrebbe essere quantomeno insegnato nel percorso pedagogico dai genitori o tutori. Unora passata a consumare contenuti di intrattenimento ha certamente una differente valenza di una impegnata ad apprendere concetti di coding o di fotografia digitale, o di espressione in generale, in cui vi sia un impegno diretto da parte del ragazzo (confrontando ad esempio ciò con la passività propria del mezzo televisivo).

          Avere un dialogo, così come in varie situazioni offline (motivo che dovrebbe ulteriormente portare a ragionare sulla scarsa consistenza della contrapposizione fra offline e online), su quelle che sono le regole duso dei dispositivi, in relazione alla vita nel suo complesso, è da preferire rispetto a una totale mancanza di esse, o a una eccessiva rigidità, con possibili atteggiamenti poi rivendicativi da ambo le parti. Questo argomento è reso ancora più articolato dal necessario ruolo educativo dei genitori/tutori, che tali devono rimanere, in quanto le funzioni materna e paterna rimangono un aspetto fondamentale nel percorso di vita e di maturazione personologica, nonché spesso oggetto di critica, esplicita o implicita, per la loro mancanza da parte dei ragazzi.

          Un consulto specialistico potrebbe essere necessario nel caso in cui vi sia una richiesta specifica da parte della persona. Segnali che comunque sono da prendere in considerazione, per iniziare a intavolare quantomeno un dialogo aperto e franco, sono il calo degli interessi per la vita scolastica e relazionale, il calo del rendimento scolastico/in apprendistato, difficoltà nella concentrazione, ritiro sociale o mancato coinvolgimento in attività familiari, irritabilità eccessiva e perdurante, nonché stanchezza eccessiva o inversione del ritmo sonno-veglia.

          Daniele Garino

          Psichiatra

          Blue Monday.

          Le falle teoriche e la profezia che si auto-adempie.

          Il Blue Monday, secondo gli studi del dott. Cliff Arnall, psicologo presso l’Università di Cardiff, dovrebbe essere il giorno più triste dell’anno. Alla base di questa dichiarazione un’equazione che combina situazioni apparentemente tristi: la situazione meteorologica di Gennaio, il tempo trascorso dal Natale, il fallimento dei propositi che si erano prefissati con l’inizio del nuovo anno ed i conseguenti bassi livelli di motivazione.

          Questa teoria, non condivisa dal mondo scientifico e ampiamente criticata, oltre ad essere una trappola commerciale, contiene alcune falle teoriche.

          Come prima cosa, la condizione meteorologica. Gennaio è uno dei mesi più freddi dell’anno, ormai nel pieno dell’inverno, altera i paesaggi con nebbia, alberi spogli e temperature basse influenzano sicuramente l’umore.
          Ma è così in tutto il mondo? Senza dover considerare l’emisfero sud, in cui è piena estate, basterebbe scendere di qualche centinaio di chilometri verso il Mar Mediterraneo per vedere che la situazione è sensazionalmente diversa. Le persone che vivono qui, sono dunque esenti dal Blue Monday? Il giorno più triste non vale per loro?

          Il Natale ha portato un periodo di festa con doni ed abbuffate. Dopo un periodo di grande gioia, è inevitabile una piccola deflessione dell’umore. Senza tener conto in effetti della scomparsa fulminea dell’atmosfera Natalizia. Alberi, luci, colori, festoni che spariscono da un momento all’altro e che lasciano inevitabilmente un vago senso di vuoto. L’arrivo del nuovo anno invece ha funzionato da stimolo per creare buoni propositi che, ammettiamolo, sono spesso inarrivabili.
          Anche qui, proviamo ad osservare il problema sia geograficamente che culturalmente.
          Le persone che non festeggiano il Natale, hanno meno possibilità di subire questa deflessione dell’umore? Sono anche loro escluse dal fardello del giorno più triste dell’anno?
          E chi inizia l’anno nuovo in un giorno diverso dal primo di Gennaio? Dovremmo dedurre che gli aborigeni, il cui capodanno è il 30 Ottobre, metteranno in stand by il loro momento di tristezza per un paio di mesi, fino al Blue Monday a Gennaio? Oppure chi festeggerà il capodanno ortodosso (14 Gennaio) avrà meno tempo disposizione per far fallire i propri buoni propositi prima che arrivi il Blue Monday? Una tremenda ingiustizia!

          Ecco dunque che una “solida” equazione perde ormai di senso, suggerendo l’idea che il Blue Monday sia stato creato ad hoc per il mondo occidentale. In effetti è cosi, il Blue Monday nasce dalla collaborazione tra cliff Arnall e la compagnia di viaggi Sky Travel con l’idea generale che, facendo leva sul sentimento di tristezza per i motivi sopracitati, avrebbero indotto le persone ad acquistare un volo per un paese esotico per alleviare i propri sensi di tristezza e demotivazione.

          Oltre al fatto che, è impossibile identificare il Blue Monday come giorno triste universale (pensate a chi ha ricevuto una promozione durante il Blue Monday, oppure a chi ha vinto alla lotteria, saranno essi tristi?) dovremo non farci influenzare da un effetto psicologico piuttosto comune: la profezia che si auto-adempie.
          In breve, ciò che questo concetto vuole suggerirci è che se ci convinciamo di una cosa che accadrà nel futuro, c’è una grossa probabilità che inconsciamente faremo delle azioni che permetteranno a quella cosa di avverarsi.

          Per esempio, se una donna o un uomo inizia a uscire con qualcuno partendo dal presupposto che non sia realmente una “relazione” o “materiale per il matrimonio”, probabilmente non prenderà sul serio la relazione e si asterrà dall’investire molto tempo o sforzi in essa, con il risultato che ciò che ha inizialmente predetto si avvererà.

          La profezia che si auto-adempie può succedere:
          – sia perché, avendo una certa convinzione, la mente tende a soffermarsi sulle informazioni che la confermano. Nel nostro esempio l’uomo o la donna, tenderà a tenere più conto degli aspetti di cui si è convinta, in questo caso le situazioni che le/gli faranno pensare che la relazione non sia seria.
          – sia perché l’atteggiamento stesso della persona portatrice della credenza, va a influenzare effettivamente la situazione. Nell’esempio, il poco investimento emotivo della persona, che molto probabilmente scatenerà una serie di reazioni a catena che confermeranno la sua ipotesi.

          Applicando questo concetto al Blue Monday, se inizierò la mia giornata credendo che sarà la più triste dell’anno, tenderò a notare i dettagli negativi di quella giornata con più facilità rispetto a quelli positivi, e in più, inconsciamente, svilupperò dei comportamenti che favoriranno la mia predizione, magari imbastendo scelte rischiose oppure soffermandomi su pensieri negativi.

          Il modo per non darla vinta al giorno più triste dell’anno, potrebbe essere quello di sfruttare a nostro favore ciò che sappiamo realmente sul Blue Monday, un giorno ad hoc per farci sentire tristi e indurci a spendere denaro in cose di cui non abbiamo realmente bisogno, sia sulle profezie che si auto-adempiono, ovvero soffermarci, prendere un respiro e riflettere su come le situazioni stanno oggettivamente accadendo senza lasciarci condizionare da preconcetti.

          Se effettivamente la tristezza bussa alla nostra porta, potremmo sempre immaginarci che il Blue Monday, invece di essere il giorno più triste, sia in realtà quello più felice dell’anno e lasciare che la nostra mente agisca di conseguenza.

          Gli anni rubati ai giovani: l’eredità del covid

          Intervento del Dr. Folini alla trasmissione RSI “60 Minuti” del 09.01.2023 (minuto 25)

          Gli ospiti della puntata del 09.01.2023 della trasmissione RSI 60 Minuti hanno discusso delle diverse implicazioni del Covid dal punto di vista politico e democratico ma sopratutto da quello dei giovani che, privati di alcune libertà, hanno sofferto molto talvolta catalizzando disturbi già presenti ma non invalidanti o innescandone di nuovi. L’aumento dei ricoveri durante e dopo la pandemia ne sono la prova, un sostenuto numero di giovani ha manifestato il proprio disagio psicologico in diversi modi, l’isolamento e la dipendenza digitale tra tutti: fenomeni che vanno anche esaminati in relazione alla corrente situazione politica e democratica.

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          Disabilità, inclusione ed uguaglianza

          Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità 2022

          L’essere umano affronta da sempre la diversità con una certa ostilità. Ciò che è diverso o che esce dagli schemi che siamo abituati ad osservare ci mette in allarme, ci pone nella condizione di attivare delle difese, di porci delle domande.

          L’individuazione delle differenze è un meccanismo cognitivo spontaneo che elabora le informazioni dell’ambiente permettendo di suddividere le diverse informazioni in categorie mentali. Questo processo atavico, sebbene permetta di costruire la propria identità e la propria appartenenza ad un gruppo, rischia di innescare reazioni avverse a ciò che identifichiamo come diverso semplicemente perché non rientra nelle categorie che siamo abituati ad osservare.

          Ed ecco dunque che per via di un processo del tutto naturale (il che non significa assolutamente giusto) ciò che è diverso per razza, religione, genere, pensiero o abilità viene etichettato come potenzialmente sbagliato e quindi automaticamente escluso.

          Nel corso del tempo la civiltà si è evoluta rispetto ad una varietà di reazioni alla diversità che hanno influenzato il modo di osservare ed agire su ciò che è diverso. Dall’esclusione, alla segregazione, fino all’integrazione ed all’inclusione

          L’integrazione, seppur rappresenti un enorme passo avanti rispetto all’esclusione e alla segregazione, resta una solo una tappa in un percorso ideale dell’accettazione della differenza.

          Integrare significa accogliere pur mantenendo una certa distanza da ciò che è diverso. Integrare significa mettere fisicamente insieme le persone, ma non sempre concedere le stesse possibilità di essere, fare e desiderare. Nel grande insieme delle persone, l’integrazione identificherà sempre un sottoinsieme delle persone con disabilità.

          Includere invece significa abbracciare il concetto di diversità, fargli spazio e riconoscere che la ricchezza di differenze accrescerebbe il circolo del dare-ricevere ed di conseguenza il benessere di tutti e di ognuno. Insomma, eliminare il sottoinsieme delle persone con disabilità e formare un solo grande insieme di persone.

          Il concetto di inclusione è dunque legato indissolubilmente al quello di uguaglianza.
          Ciò non significa negare il fatto che ognuno di noi è diverso o negare la presenza di disabilità, ma vuol dire spostare l’attenzione sul contesto in cui viviamo, per individuare gli ostacoli che impediscono di essere uguali e operare per la loro rimozione.
          Per includere bisogna promuovere condizioni di vita dignitose, un sistema di relazioni soddisfacenti nei riguardi di persone che presentano difficoltà nella propria autonomia in modo che esse possano sentirsi parte di una comunità in cui è riconosciuto il proprio ruolo e la propria identità.

          Inclusione significa inoltre porre fine al pietismo, ovvero quella una maschera di ipocrisia che rappresenta le persone con disabilità come fonte di ispirazione solo o in parte sulla base della loro stessa diversità fisica. Abbandonare dunque la concezione per cui una persona disabile diventa un eroe che nonostante le difficoltà riesce a superare le fatiche di ogni giorno, ed accogliere invece una prospettiva più onesta ed inclusiva per cui una persona disabile è prima di tutto una persona, che ha i suoi pregi, difetti, desideri ed ambizioni.

          I giovani, i loro problemi e le loro risorse

          Serata pubblica presso il Municipio di Orselina, con la partecipazione della dott.ssa Sara Fumagalli, direttore sanitario della Clinica Santa Croce.

          Lunedì 7 Novembre 2022, Ore 20:15 – Sala Consiglio Comunale Orselina

          Prendendo spunto dall’adesione del nostro Comune a un progetto regionale di prossimità volto ad aiutare i giovani che vivono situazioni di disagio, un problema che ci tocca tutti, li Municipio di Orselina ha li piacere di invitarvi a una serata pubblica sul tema:

          I Giovani, i loro problemi e le loro risorse.

          Programma:

          • Saluto da parte delle autorità
          • Introduzione al mondo dei giovani
            • Sergio Bacciarini, direttore delle scuola comunali Orselina e Brione s/Minusio
          • Le misure di prevenzione e il progetto di prossimità nel Locarnese
            • Edo Carrasco, direttore Fondazione il Gabbiano
          • Il ruolo della Polizia nelle politiche giovanili
            • Dimitri Bossari, Comandante della polizia comunale del polo del Locarnese
          • L’aiuto e le risorse dei giovani
            • Dott.ssa Sara Fumagalli, Direttore Sanitario Clinica Santa Croce
          • Spazio Domande

          Link utili: Comune di Orselina; Fondazione il Gabbiano; Polizia di Locarno

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          Giornata Mondiale dell’Ergoterapia

          Intervista a Tina Weber, Ergoterapista, insegnante nel dipartimento di Ergoterapia della SUPSI di Manno e promotrice dell’Ergoterapia nel canton Ticino.

          Come spiegherebbe l’importanza dell’Ergoterapia in ambito psichiatrico?

          L’Ergoterapia è una disciplina molto vasta che opera in vari ambiti: fisiatria (neurologia, chirurgia della mano ecc.), pediatria, geriatria e psichiatria. In ambito psichiatrico, l’Ergoterapia è rivolta a quelle persone che in seguito ad un disagio psichico, mentale o emotivo, in qualche modo non riescono più a partecipare alla vita nella dimensione quotidiana e sociale come lo facevano prima.
          Può succedere che a causa di un disturbo psichiatrico, la persona non abbia più nessuno stimolo o abbia incertezze o paure nello svolgere attività quotidiane come lavarsi, vestirsi, curare la casa, prendersi del tempo per sé e per i propri hobby o persino il lavoro.
          Un grande capitolo è quello della partecipazione sociale, ovvero la difficoltà a sentirsi a proprio agio quando si sta in mezzo alle persone: in un negozio, sport in gruppo, prendere il bus o interagire con la famiglia e con gli amici.
          Si tratta di problemi che coinvolgono l’ambito di cura dello psicologo e/o dello psichiatra e altri professionisti della cura, in cui l’Ergoterapia svolge un ruolo decisivo nell’analisi e nella terapia specifica di ciò che è difficile per la persona in quelle attività.

          L’Ergoterapista infatti si fa carico di una serie di metodi professionali specifici che non riguardano solamente l’accompagnare la persona nelle attività per lei/lui significative in cui trova degli ostacoli. L’Ergoterapista si pone nella condizione di osservare ogni passaggio, piccolo o grande che sia, analizzare la sua importanza e ad organizzare una strategia di riflessione insieme alla persona di modo che essa possa diventare maggiormente consapevole di cosa le serve per svolgere una determinata attività – tutto ciò attraverso un approccio relazionale della psicologia umanistica.

          Ad un occhio poco attento può sembrare che stiamo facendo una attività banale, come cucinare, aiutare a prendersi cura di sé, accompagnare la persona per piccole commissioni, ma in realtà stiamo lavorando con la persona attivando dei meccanismi specifici, aiutandola per esempio a riguadagnare fiducia in se stessa e negli altri, rendendola più consapevole dei propri mezzi e delle proprie capacità.

          Ponendo attenzione su ogni passo della persona osserviamo, valutiamo e sviluppiamo cosa le serve, talvolta si tratta di gestire la frustrazione, qualche volta manca proprio la capacità di risolvere un problema, talvolta è un problema emotivo e/o di autostima, oppure di memoria o concentrazione alle quali si cerca di trovare strategie concrete nella loro gestione.

          È altresì importante sostenere la persona nello sviluppo di strategie per diventare autonoma e per affrontare le piccole attività della vita quotidiana, perché semplicemente si è dimenticata come si fa o come si è fatto precedentemente, o perché un alterato contatto con la realtà può farla andare in confusione in questi momenti che sembrano così semplici.

          Com’è stata la sua esperienza da Ergoterapista qui in Ticino e quali sono state le sfide più importanti?

          Il mio percorso come Ergoterapista in Ticino è stato molto positivo, ho potuto affrontare due diversi modi di operare: quello all’interno della Clinica e in Day Hospital e attualmente quello ambulatoriale. L’Ergoterapia all’interno di una struttura clinica mi ha permesso di avere molto spazio per affrontare sia la terapia individuale, sia di lavorare sugli aspetti sociali attraverso un diversificato programma di terapie di gruppo. Per lo sviluppo della professione è stato molto d’aiuto poter avere sotto lo stesso tetto tutti gli attori della cura di modo che i progetti di cura venissero condivisi sinergicamente. In questo modo è stato più semplice attuare la cura con beneficio del paziente in primis, ma anche dei professionisti delle cure. Il collegamento con gli psicologi, gli psichiatri, gli infermieri, i fisioterapisti, e dunque conoscere la complementarità dei diversi professionisti, rende più facile la collaborazione e quindi il lavoro svolto. L’ambito ambulatoriale permette dall’altro canto ad entrare maggiormente in situazioni concrete nel contesto quotidiano della persona con disagio psichico (casa, lavoro tempo libero ecc.), molto utile durante una fase post-acuta della cura per gestire ed affrontare le difficoltà e sottolineare le risorse del paziente nella partecipazione delle attività della vita quotidiana personalizzate.

          Una delle sfide più importanti dell’Ergoterapia in ambito psichiatrico è far capire ai professionisti ed a volte anche ai pazienti cosa fa l’Ergoterapista e quanta rilevanza ha nel percorso terapeutico. Una volta compreso il ruolo dell’Ergoterapista e gli obiettivi professionali che stanno a monte, è più semplice fare un lavoro utile e costruttivo con e per il paziente che è più motivato nelle attività per lei/lui significative se sa di avere una rete di professionisti che collabora con sinergia per sostenerlo nel suo percorso della cura.
          Forse è anche compito nostro, come Ergoterapisti, quello di spiegare sempre meglio il nostro lavoro, i benefici che se ne ricavano soprattutto in un ambito psichiatrico.

          Essere adolescenti nellepoca della fragilità adulta.

          Giornata Mondiale della Salute Mentale 2022

          Giovedì 13 Ottobre alle ore 18:00, presso il Palazzo dei Congressi di Muralto la Clinica Santa Croce organizzerà un evento in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale.

          Essere adolescenti nellepoca della fragilità adulta” sarà un approfondimento psichiatrico e psicologico sul rapporto tra genitori e figli nell’epoca moderna. Insieme agli ospiti della serata, verranno approfondite le criticità che accompagnano i genitori nel percorso educativo dei loro figli. Genitori che spesso si ritrovano davanti a domande importanti su come parlare ai propri figli, su come ascoltarli e su cosa dire o fare per il loro bene. Un contesto che pone madri e padri sempre di più in una posizione di fragilità e a cui gli esperti, dopo anni di osservazione della sofferenza giovanile, proveranno a dare una risposta concreta e creare una via per il cambiamento.

          Nel corso della serata interverranno la dott.ssa Sara Fumagalli, Direttore Sanitario della Clinica Santa Croce, Matteo Lancini, Docente presso diverse Università di Milano e nella scuola di formazione in Psicoterapia delladolescente e del giovane adulto del Minotauro di cui è Presidente, Pierfranco Longo, Presidente della Conferenza Cantonale dei Genitori che per l’occasione vestirà i panni di moderatore, ed infine Ilario Lodi, Responsabile Regionale Pro Juventute e Vicepresidente del Centro Studi Coppia e Famiglia.

          Dopo gli interventi vi sarà spazio per le domande dal pubblico a cui la tavola rotonda con i diversi ospiti sarà lieta di rispondere. A seguito aperitivo offerto.

          Per iscrizioni, contattare +41 (0)91 735 41 41

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          Programma

          18:00SALUTO DI BENVENUTO
          Sara Fumagalli
          Direttore Sanitario Clinica Santa Croce
          18:10L'IMPORTANZA DI ESPRIMERE SE STESSI
          Antonio Caggioni
          Responsabile servizio di Socioterapia Clinica Santa Croce
          18:20INTRODUZIONE
          Emanuel Rosenberg
          Direttore artistico Teatro Danzabile
          18:30IO PINOCCHIO
          Spettacolo di teatro e danza con musica dal vivo
          19:30TAVOLA ROTONDA
          Sara Fumagalli, Daniele Zannella, Emanuel Rosenberg, Antonio Caggioni

          Dedicato a Voi

          Un evento formativo sull’analisi di come il personale sociosanitario delle cliniche ha affrontato e risposto audacemente alla complessa crisi dovuta alla Pandemia.

          Venerdì 16 Settembre, l’Associazione Cliniche Private Ticinesi (ACPT) ha promosso l’evento “Dedicato a Voi” presso il LAC di Lugano.

          Nel corso dell’evento sono intervenute diverse personalità del settore socio-sanitario del Canton Ticino con l’obiettivo di raccontare, analizzare e testimoniare i momenti delicati di una Pandemia che ha messo alla prova ogni ingranaggio del sistema sanitario, spesso con considerevoli sacrifici.

          L’introduzione di Giancarlo Dillena, presidente dell’ACPT, ed i saluti istituzionali del Consigliere di Stato Onorevole Raffaele De Rosa, del dipartimento della sanità e della socialità, hanno aperto la conferenza che ha ospitato i due interventi principali della giornata.

          “Virus e Fantasmi” del dott. Carlo Calanchini, ha proposto una riflessione sui Virus, attraverso una relazione corredata da cenni storici e filosofici che ha fatto luce sulle precedenti Pandemie e di come esse, oggi come allora, abbiano avuto la capacità di generare nel pensiero collettivo diverse immagini che non corrispondono alla realtà (per l’appunto i “fantasmi”).

          Il secondo intervento del Dr. Med Giorgio Merlani, Medico Cantonale, ha descritto il complicato ruolo della gestione istituzionale della situazione di crisi durante l’arco dei due anni, con i periodi più complessi che hanno rappresentato una sfida importante nella presa di decisioni al fronte di un nemico invisibile ed inaspettato.

          La conferenza è proseguita con le testimonianze di diversi rappresentanti del mondo delle cure. Medici, infermieri, fisioterapisti ed allievi infermieri: ognuno ha condiviso la propria esperienza dei periodi più difficili della Pandemia, capace di mettere duramente alla prova qualunque livello del sistema sanitario.

          Alla fine della testimonianza è stato presentato il video “… dedicato a voi” un ringraziamento per tutte le collaboratrici ed i collaboratori che si occupano giornalmente della salute della popolazione da parte della Commissione Paritetica e Conciliativa della Cliniche private del Canton Ticino.

          La vulnerabilità schizofrenica

          Integrazione della prospettiva fenomenologica e aspetti di cura.

          30 Settembre 2022 (14:00-17:00)

          Partecipazione in presenza presso la Sala Dimitri della Clinica Santa Croce o online con Microsoft Teams (link tramite iscrizione)
          Contributo richiesto: CHF 50,-
          La partecipazione dà diritto a 3 crediti formativi.

          La schizofrenia è una forma di sofferenza che “classicamente” sfugge alla comprensibilità. La definizione stessa di schizofrenia si è caratterizzata nel tempo per diversi organizzatori concettuali, i quali possono identificare pazienti schizofrenici ma non colgono un fenomeno costante nei percorsi psicopatologici dei pazienti che definiamo schizofrenici. Non ci si è potuti sottrarre nel tempo alla responsabilità di meglio comprendere sia i percorsi d’ingresso a un esordio sia gli aspetti nucleari di ciò che chiamiamo schizofrenia, quello stesso terreno potenzialmente vicino al concetto di vulnerabilità, nell’ampiezza certo di un’altra complessa domanda che è: “cosa chiamiamo vulnerabilità?”

          Resta cruciale il campo che abitiamo quotidianamente, l’essere di fronte e accanto all’Altro, quale un giovane paziente. La relativa rarità della condizione schizofrenica, se confrontata con l’attuale disagio giovanile, ci impone il compito di restare vigili e aperti alle possibilità di esistenza; l’importanza di una intercettazione precoce, così come l’incontro clinico purtroppo più cospicuo con una fascia d’età più precoce, rende oltremodo essenziale tale nostro compito.

          In che modo rintracciare una vulnerabilità schizofrenica? Attraverso quale sensibilità e cornice clinica? Quali gli organizzatori psicopatologici salienti? Quale il destino di una vulnerabilità che nel suo presentificarsi incontra la “persona”? Quale lo spazio della farmacoterapia nel rilevamento precoce di una vulnerabilità celata?

          Da qui la proposta di un breve pomeriggio formativo quale apertura ad una riflessione da considerarsi ancora in divenire.

          Con il contributo di:

          Programma della Giornata Formativa

          14:00Introduzione - Dr.ssa Claudia Nespeca
          14:10Intercettazione della vulnerabilità attraverso il comprendere - Dr. Gianangelo Palo
          14:50Corpi Vulnerabili - Prof. Giovanni Stanghellini
          15:30Pausa
          15:40Interventi farmacologici prima e all'esordio della schizofrenia - Prof. Andrea Fagiolini (in collegamento da remoto)
          16:20Tavola Rotonda
          17:00Rinfresco

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              L’emergenza giovanile tra fragilità, desiderio ed inclusione: quale proposta?

              Villa Reale (Monza) – 22 Giugno 2022.
              Tra gli ospiti anche la dott.ssa Sara Fumagalli, Direttore Sanitario della Clinica Santa Croce.

              Il convegno nasce nel solco di due progetti sostenuti dal programma Interreg Italia-Svizzera, ovvero “Young Inclusion” e “WaW – Women at Work”. Entrambi, tra le varie azioni intraprese nel corso delle attività, hanno messo a fuoco la fragilità giovanile, proponendo percorsi comunitari di inclusione e recupero, nello specifico per soggetti femminili con disturbo borderline di personalità. Il workshop vuole quindi inquadrare la problematica della fragilità giovanile, ancor più acutizzatasi a seguito della pandemia, e nasce dalla collaborazione con la Provincia di Monza e Brianza e con Ats Brianza (partner di Young Inclusion), allo scopo di fare luce sulla problematica e offrire spunti, riflessioni e risposte, in direzione verticale tramite il coinvolgimento di istituzioni pubbliche, sanità, terzo settore e social workers.

              Maggiori informazioni ed iscrizioni →

              Scaricare il volantino del workshop → 

              Giornata Mondiale dei Disturbi Alimentari.

              Intervista alla dott.ssa Nespeca, vice primario della Clinica Santa Croce.

              I Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) sono patologie complesse legate alle abitudini alimentari e alle relative cause psicologiche a cui sono implicate. Patologie sempre più diffuse, soprattutto fra i più giovani, che possono influire negativamente sullo sviluppo, sulla salute fisica e mentale, comportando, a volte, gravi problemi medici. 

              In occasione della Giornata Mondiale dei Disturbi Alimentari (2 Giugno) faremo chiarezza insieme alla dott.ssa Claudia Nespeca (vice-primario della Clinica Santa Croce) sulle principali domande rivolte ai motori di ricerca a proposito dei disturbi alimentari.

              Che cosa sono i Disturbi Alimentari?

              Quando si parla di disturbi dell’alimentazione si fa riferimento a un’area ampia ed eterogenea di un disagio che prevede un alterato rapporto con il cibo e con il proprio corpo. 

              Diverse possono essere le anomalie “comportamentali” tipiche di tale area problematica: la diminuzione dell’introito di cibo, il digiuno, abbuffate di cibo in un breve lasso di tempo, il vomito, l’uso di anoressizzanti, lassativi o diuretici al fine di controllare il peso, un’intensa attività fisica, così come altri aspetti.

              La presenza di uno o più di questi comportamenti non necessariamente implica un vero e proprio disturbo dell’alimentazione; resta tuttavia centrale la portata della sofferenza sottostante che accompagna il disturbo, che può essere pertanto molto rilevante pur in presenza di sintomi meno conclamati. 

              Gli aspetti comportamentali soprammenzionati non esauriscono infatti la descrizione e la comprensione di un disturbo che, a fronte di manifestazioni anche sul piano fisico, ha le sue radici nella dimensione psicologica, in una sofferenza ben più profonda e complessa.

              Intanto, soffrire di un disturbo del comportamento alimentare compromette molte dimensioni della propria vita. Situazioni di vita quotidiana correlate al pasto generano ansia; i pensieri sul cibo, sul timore di ingrassare, possono quasi costantemente pervadere la testa della persona.

              Un altro aspetto quasi sempre presente in questo tipo di disturbi è l’alterazione dell’immagine corporea, cioè la percezione del mio aspetto e della mia forma corporea influenza la mia vita più’ dell’immagine reale del mio corpo; viene da sé che fondo in maniera eccessiva la valutazione di me sul peso e sulla forma del mio corpo. 

              I principali disturbi dell’alimentazione sono l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il disturbo da alimentazione incontrollata (o binge eating disorder).

              L’Anoressia Nervosa presuppone un desiderio patologico di essere magri. La persona ha costanti preoccupazioni rivolte al controllo del cibo e del peso. Spesso la persona che soffre di anoressia non riesce a giudicare il proprio corpo in modo obiettivo; nonostante una magrezza evidente dall’esterno c’è sempre qualcosa di troppo “grande”.

              Il controllo del cibo e del peso è come se fosse un modo di controllare altre ansie di fondo; inoltre, legando strettamente anche l’autostima alla forma del corpo, la perdita di peso è considerata una conquista ottenuta grazie all’autodisciplina.

              Diversi a tal propositivo sono i rituali messi in campo: contare le calorie di tutto quello che si mangia, impiegare tantissimo tempo per mangiare, sminuzzare il cibo in piccolissime parti, accumularlo o nasconderlo, preparare sofisticate ricette non per sé ma per i familiari. In alcuni casi si ricorre anche a ulteriori strategie atte a favorire il calo di peso, come il vomito, l’utilizzo di farmaci o lassativi. 

              Detto in altri termini, ci si sente, e si pretende da se stessi, di dover esercitare un controllo totale di tutto ciò che entra e tutto ciò che esce. Il corpo diventa schiavo di una mente, di una pulsione di controllo giocata tutta sulla sottrazione. Il corpo perde quindi la sua possibilità di essere campo emotivo, viene spogliato dei suoi linguaggi naturali e di qualsiasi sua forma espressiva, così come la stessa identità nei suoi movimenti espressivi. Tutto questo ha conseguenze nella capacità di entrare in contatto con gli altri e di godere delle emozioni positive.

              La Bulimia Nervosa è legata alle crisi bulimiche, cioè al comportamento delle abbuffate, cui seguono comportamenti di compensazione per cercare di evitare l’aumento di peso. Le abbuffate sono episodi in cui la persona ingerisce, in un breve lasso di tempo, grandi quantità di cibo, perdendo completamente il controllo sul suo comportamento alimentare. Spesso la persona ingerisce cibi che non si concede abitualmente, come dolci o cibi grassi; la perdita del controllo durante può anche portare ad ingerire cibi avariati o crudi. All’inizio la crisi bulimica può essere saltuaria ma col passare del tempo può diventare una compulsione fino a presentarsi anche più volte in un giorno. Dopo l’abbuffata, alcune persone riportano la sensazione di un temporaneo piacere, tuttavia si rendono poi necessari metodi di compensazione, in particolare il vomito, per dare sollievo all’intensa angoscia subentrante legata alla possibilità di ingrassare ma anche alla propria incapacità di controllarsi.

              Il Disturbo da Alimentazione Incontrollata si caratterizza invece per la presenza di crisi bulimiche in assenza di comportamenti di compensazione per il controllo del peso. Spesso sussiste sul piano fisico una condizione di obesità; la sofferenza può accompagnarsi ad intensi vissuti di vergogna e colpa.

              Un disturbo alimentare può anche presentarsi in forme meno conclamate in termini di criteri sintomatologici o forme spurie, ma non per questo, come sopra menzionavamo, non gravate da una sofferenza intensa o impatto nella vita quotidiana.

              Il disturbo alimentare è spesso associato ad altre patologie psichiatriche, in particolare la depressione, ma anche i disturbi d’ansia, il disturbo ossessivo-compulsivo e i disturbi di personalità.  Inoltre, frequentemente e nell’attualità, anomalie del comportamento alimentare possono associarsi e rappresentare forme espressive di un disturbo o franca sofferenza della personalità sottostanti, in particolare il disturbo borderline, dove i problemi identitario, emotivi e affettivi assumono anche altre sfaccettature; in tal caso il percorso di cura deve essere mirato, e va specificatamente orientato, in particolar modo al disturbo di base.

              I Disturbi Alimentari chi colpiscono?

              Utilizziamo di frequente il termine “colpiscono”; avrebbe un senso terminologico nella misura in cui posso ridurre il tutto al fato, a me stesso o all’Altro, così come l’avrebbe se vi fosse la possibilità di essere “colpiti” da una sofferenza, da un dolore e renderlo immediatamente occasione di progressione evolutiva ed esistenziale.

              In questi casi sul piano dell’esperienza soggettiva non si è colpiti in un istante, spesso la persona fa esperienza di un percorso di sofferenza che inizia silenziosamente per poi nel tempo assumere una forma sempre più invalidante fino a un blocco esistenziale. 

              Sul piano invece dello sviluppo del disturbo, le cause sono sempre molteplici e almeno in parte diverse da persona a persona. Vige sicuramente un modello multifattoriale nell’insorgenza dei disturbi alimentari. Vi sono fattori predisponenti (genetici, psicologici o ambientali) che aumentano la vulnerabilità a sviluppare il disturbo, e fattori precipitanti, ossia eventi o situazioni che scatenano l’insorgenza del disturbo. Successivi e subentranti fattori di ordine sia psicologico sia fisico sia ambientale, in parte menzionati come conseguenze delle manifestazioni del disturbo, possono poi costituire quel circolo vizioso di mantenimento della malattia. 

              La prevalenza del disturbo è molto più alta nel sesso femminile, pur in una rappresentazione rilevante anche nel sesso maschile. Tale differenza sembra poggiare in particolar modo su fattori socio-culturali. Negli ultimi decenni, il corpo femminile è diventato ‘oggetto’ di interesse da parte dei mass-media, la donna “deve” assomigliare il più possibile a canoni ideali di bellezza dettati dalla moda e dal consumismo.

              Nello stesso periodo di tempo si è rilevato un aumento dell’incidenza dei disturbi dell’alimentazione. La stessa esperienza clinica e sul campo ci confronta con un potenziale ulteriore aumento ma soprattutto con una diminuzione dell’età di esordio nelle generazioni più recenti. I dati nella popolazione adolescente e giovanile sono alti; una percentuale rilevante di ragazze in età a rischio (15-25 anni) soffre di un disturbo alimentare in cui sono presenti solo alcuni criteri dell’anoressia o bulimia nervose, ma comunque necessitante di attenzione clinica e terapeutica.  

              Aprirei a tal proposito due riflessioni. Siamo in una potenziale post-pandemia. La pandemia ha rappresentato un potente e generalizzato fattore di stress, nel contesto del quale si è osservata un’accelerazione di un processo che però era già in atto nella nostra contemporaneità, vale a dire una modalità d’incontro che è sempre più mediata unicamente dalla vista, una comunicazione sempre più da “social”.

              La costituzione e stabilità della nostra identità, almeno in parte, si fonda su un equilibrio dialettico tra l’esperienza immediata e diretta del mio corpo, “sentendolo”, e l’esperienza del mio corpo visto dall’esterno, come da uno specchio; un terzo modo di esperire il corpo avviene attraverso l’Altro. Le tappe della rivoluzione sociale hanno cambiato e continuano a cambiare il nostro rapporto con il corpo, vi è una maggior imposizione della vista nel rapporto tra sé e corpo a discapito del “sentire”. In un’ottica di bilanciamento, potrei essere nella condizione di riuscire ad avere conferma della mia identità solo attraverso lo sguardo dell’Altro: solo quando sono guardato riesco a “sentirmi”, a definirmi, “sono visto dunque sono”. 

              Aggiungo che questo “distanziamento” dall’esperienza diretta del “sentire” il proprio corpo comporta anche una problematicità nella dimensione del “desiderio”, del “desiderare”.

              Cosa provocano i disturbi alimentari?

              Questo tipo di disturbi rappresentano una dimensione di disagio molto particolare rispetto ad altri disturbi in ambito psicologico/psichiatrico, perché oltre a fondarsi così come determinare una profonda sofferenza emotiva, coinvolgono anche il corpo fisico. Un aspetto che va infatti valutato e considerato nell’approccio clinico è come il grado di malnutrizione proteico-energetico e/o comportamenti di compensazione ripetuti, come il vomito o l’uso di lassativi, influiscano e/o determinino conseguenze di tipo internistico che possono essere anche gravi.

              Nei casi di magrezza e malnutrizione importanti si possono verificare una disregolazione del sistema neuroendocrino, a determinare ad esempio l’interruzione del ciclo mestruale, ma anche squilibri a livello cerebrale. Quest’ultimo aspetto non va sottovalutato in quanto può impattare su aspetti cognitivi, che si possono tradurre in irrigidimenti del proprio modo di pensare e convinzioni di cui la persona non ha consapevolezza; attraverso la cura unitamente a un percorso nutrizionale la stessa fa poi esperienza del recupero delle proprie capacità e flessibilità cognitive.

              Allo stesso modo, questi disturbi possono determinare, quale conseguenza dell’impatto degli stessi sulla quotidianità e i ritmi della vita, la comparsa di sintomatologia psichica, come ad esempio disturbi d’ansia, comportamenti di tipo ossessivo-compulsivo in relazione al controllo sul cibo, e/o sintomi depressivi gravi.

              Disturbi Alimentari: cosa fare? Come superarli?

              Per molte persone affette da un disturbo del comportamento alimentare la consapevolezza di avere un problema può essere difficile da costituirsi inizialmente.

              La ricerca della magrezza, le diete rigide, le abbuffate, l’uso di vomito o lassativi, possono essere vissuti come una soluzione ai propri problemi o a difficoltà nella quotidianità o nella dimensione relazionale; in realtà alcuni dei problemi sono causati dal disturbo alimentare stesso.

              Sul versante dell’anoressia all’inizio il perdere peso può far sentire la persona meglio; la sensazione è quella di fare la cosa giusta, fino a quando poi il tutto inevitabilmente e comprensibilmente “sfugge di mano”.

              Sul versante della bulimia, non solo può non esserci inizialmente una piena consapevolezza del problema, ma spesso si associano nel tempo anche un forte senso di vergogna o di colpa. Non ultimo, la paura di affrontare un cambiamento può essere molto forte. 

              Chiaramente tutto questo implica la difficoltà di molte persone nel chiedere un aiuto terapeutico. Allo stesso modo non sempre chi accede alla cura ha già maturato una solida decisione di voler intraprendere un percorso terapeutico; tuttavia questo primo step diventa intanto occasione sia per monitorare la condizione fisica, sia soprattutto per avviare un dialogo e strutturare gradualmente una motivazione al cambiamento e alla cura.

              Per quanto concerne il percorso di cura, lo stesso è generalmente polifunzionale, deve implicare un lavoro di rete sinergico tra psichiatra, psicoterapeuta, talvolta un nutrizionista, il medico curante, così come anche un lavoro specifico e di accompagnamento ai familiari o principali caregiver.

              In alcuni disagi anoressici gravi, la condizione di malnutrizione nutrizionale/energetica può arrivare ad essere compromessa a tal punto da necessitare di un intervento internistico ospedaliero in acuto.

              Aggiungerei inoltre che la presenza, alla base o quale conseguenza, di altri problematicità/disturbi psicologici associati al problema alimentare, può dare indicazione a un trattamento psico-farmacologico, che tuttavia è sempre e solo a supporto di un lavoro terapeutico chiaramente più ampio e specifico.

              Un percorso riabilitativo specifico in ambito residenziale potrebbe rendersi necessario, in quanto appropriato e adeguato alla situazione clinica e di sofferenza: in queste situazioni la vita in una residenza permette maggiormente di intervenire sui rituali o meccanismi che sostengono quotidianamente il disturbo alimentare, aprire il circuito “chiuso” quotidiano e di ri-scrivere gradualmente una legge, cioè proporre qualcosa che abbia il senso dell’alternativa a questa esperienza, per così dire, del “limite” che fa la persona con un grave disturbo del comportamento alimentare. Questo vuol dire anche cercare con e nella persona la presenza di competenze, vocazioni che abitualmente afferiscono alla dimensione espressiva.

              Spesso queste persone conservano attitudini personali nascoste o che sono state per così dire smantellate dal disturbo. Tentare di aprire il circuito chiuso della vertigine anoressica inoculando, riconoscendo venature che hanno a che fare con delle attitudini personali. 

              Il disagio giovanile tra fragilità, desiderio ed inclusione.

              Clinica Santa Croce: una risposta al Disturbo Borderline.

              Lo scorso 11 Maggio si è svolta presso il palazzo dei congressi di Muralto la conferenza “Il disagio giovanile tra fragilità, desiderio ed inclusione” che ha trattato il delicato tema della sofferenza giovanile e del disturbo borderline di personalità, due fenomeni in rapida crescita che necessitano soluzioni concrete e specifiche.

              Per questo motivo, già nel 2019 la Clinica Santa Croce ha iniziato un percorso di formazione nell’ambito del progetto Interreg e Young Inclusion e con la collaborazione dell’ospedale San Raffaele di Milano, per introdurre il Metodo GET® tra i percorsi di cura.

              Durante la conferenza, oltre all’acuto approfondimento del tema della sofferenza giovanile da parte della dott.ssa Sara Fumagalli, è stato presentato il nuovo Metodo GET® (su cui potete trovare informazioni dettagliate a questa pagina) dal suo ideatore, il dott. Raffaele Visintini. Infine, una tavola rotonda ha visti protagonisti gli stessi Dott.ssa Fumagalli eDott. Visintini assieme al Dott. Luigi Campagner, psicoanalista e presidente della Cooperativa “La Clessidra” e “Il Sentiero”.

              Ecco una raccolta degli interventi televisivi, radiofonici e giornalistici della Conferenza.

              Intervento della dott.ssa Sara Fumagalli a Teleticino:

              Intervista alla dott.ssa Fumagalli e al dott. Visintini per RSI ReteUno:

              Intervista al. dott. Raffaele Visintini per RadioTicino:

              Articolo la Regione del 10.05.2022:

              Giornata Internazionale dell’Infermiere

              La Cura rappresenta un elemento essenziale della vita e, prestare cura, significa esserci per l’Altro, aiutarlo a crescere ed attualizzarsi.

              È questa la premessa attraverso la quale agisce il settore delle Cure Infermieristiche della Clinica Santa Croce. Una professione a cui sottende una grande responsabilità che impone la coscienza del co-esistere, del con-vivere, ovvero di costruire il proprio essere in relazione con l’Altro e fare dell’Altro un valore.

              Il “prendersi cura” stabilisce il suo punto focale nel Paziente che all’interno della stessa è colui che si trova al centro dell’agire quotidiano. La cura infermieristica quindi, non è da intendersi come una fredda lista di istruzioni, ma necessita di un’attitudine personale che permette di comprendere l’Altro, di riservargli uno spazio mentale proprio, di “guardare con attenzione” e, in sintesi, di prendere a cuore qualcuno e non solo la sua malattia.

              In particolare, nella branca delle Cure Infermieristiche che si occupa di nursing psichiatrico, l’Infermiere deve possedere competenze specialistiche di rilievo per saper individuare e soddisfare i bisogni sempre complessi della Persona nella sua unicità.
              Diventano dunque fondamentali le doti di flessibilità e adattabilità, così come le attitudini personali e l’affidabilità, regolati sempre dai valori e dai principi etici della professione e sottoposti ad un continuo aggiornamento scientifico condiviso sinergicamente all’interno dell’equipe di Cura.

              Il risultato si traduce in una relazione con la Persona che non implica solamente soluzioni riparative ad un problema di salute ma che diventa fonte di crescita della persona stessa, che è messa nelle condizioni di apprendere a provvedere al proprio benessere autonomamente una volta che la Cura sarà terminata.

              Oggi in modo particolare, Giornata Internazionale dell’Infermiere, ricordiamo le parole di Florence Nightingale, fondatrice delle scienze infermieristiche a cui questa giornata è dedicata.

              “L’assistenza infermieristica è un’arte; e se deve essere realizzata come un’arte, richiede una devozione totale e una dura preparazione, come per qualunque opera di pittore o scultore.”

              Auguri a tutti gli infermieri!

              Sex and the social

              Intervento del Dr. Folini alla trasmissione “Ticino News Speciale: Sex and the social” di Teleticino del 27.04.2022

              Sesso e social. Amore e pornografia. Ma anche truffe e violenza. La rivoluzione digitale ha stravolto la vita delle persone, sentimenti compresi, e un nuovo mondo di relazioni e comportamenti si è imposto con l’avanzare incessante della tecnologia. Ma come leggere questo universo di app e passioni? E quali pericoli e quali opportunità offre a tutti noi?

              Attraverso le analisi degli esperti, testimonianze di vita vissuta e contributi giornalistici, proveremo a dare qualche risposta in “Sex and the social”, lo speciale di TeleTicino condotto da Caroline Roth in onda questa sera a partire dalle 19.30.

              Il programma comincerà con la testimonianza di una famiglia nata da un amore sui social. Le coppie sbocciate online sono ormai una realtà consolidata della nostra società. Ognuno di noi conosce almeno un parente, un amico o un collega che ha vissuto questa esperienza. I pregiudizi di un tempo sull’autenticità di queste relazioni sembrano ormai acqua passata, ma certo la sociologia non ha esaurito la curiosità verso questo genere di coppie: sono diverse da quelle tradizionali? Sono più a rischio di separazione? In altre parole: il modo in cui ci si conosce, può incidere sul futuro dell’unione?

              Ma se ci sono relazioni che vanno a gonfie vele, non mancano le delusioni e peggio ancora le truffe amorose via social. Il fenomeno è purtroppo in costante aumento e non risparmia nessuna generazione, giovani e meno giovani. Il portavoce della polizia cantonale Claudio Ferrari, illustrerà alcuni casi di scuola, fornendo agli ascoltatori una serie di preziosi consigli per evitare di cascare nella rete di malintenzionati e sfruttatori.

              Un altro grave pericolo che si corre quando sesso e social si intrecciano in modo perverso, è quello del così detto “revenge porn”, ovvero la “vendetta pornografica” che si realizza con la condivisione pubblica di immagini o video intimi, senza il consenso dei protagonisti. Un atto odioso che può letteralmente distruggere la vita di una persona, causandole enormi problemi psicologici. In alcuni Paesi si è già provveduto a creare una legislazione ad hoc contro questo fenomeno, ma non in Svizzera. Questa pratica delittuosa tocca soprattutto i più giovani e richiede un grande sforzo di prevenzione da parte della scuola e delle famiglie. Ne discuteremo con lo psichiatra della Clinica Santa Croce di Orselina Lorenzo Folini e Daniele Parenti, direttore del centro risorse didattiche e digitali del DECS.

              Infine, nell’ultima parte della trasmissione, spazio al tema della pornografia. Un tempo per accedere al mondo dell’hard i giovani minorenni dovevano faticosamente procurarsi giornaletti o vhs vietati ai minori di 18 anni. Oggi il porno è a portata di telefonino in qualunque momento ed entra a far parte della vita dei giovani già dalle scuole elementari. Ciò non può che incidere nell’educazione sessuale dei ragazzi, che incontrano il sesso attraverso il porno, con modelli e aspettative completamente stravolte rispetto al passato. Ma come sta crescendo questa “generazione Pornhub”? Cercheremo di capirne di più con le testimonianze di un pornoattore e di un giovane ticinese attivo su Onlyfans (il nuovo social hard che sta spopolando in tutto il mondo) e con le analisi della sessuologa Katya Bonatti.

              Fonte: Teleticino

              Conferenza: Il disagio giovanile tra fragilità, desiderio ed inclusione.

              Clinica Santa Croce: una risposta al Disturbo Borderline .

              L’11 Maggio 2022 al Palazzo dei Congressi di Muralto a partire dalle 16:45, si terrà una conferenza sul delicato tema della sofferenza giovanile. Un sempre più diffuso malessere nell’età adolescenziale, acuito sopratutto dalla Pandemia, ha aumentato i ricoveri di giovani presso le strutture psichiatriche del Cantone e della Svizzera.

              Una situazione che ha portato inevitabilmente ad interrogarsi su nuove soluzioni per far fronte a questo problema che ha bisogno di risposte specifiche ed innovative.

              A questo scopo la Clinica Santa Croce ha introdotto il Metodo GET®, studiato specificamente per i disturbi borderline di personalità e la disregolazione emotiva, un nuovo percorso terapeutico per giovani ed adolescenti che sarà illustrato nel corso della conferenza dal dott. Raffaele Visintini, suo ideatore, e dalla dott.ssa Sara Fumagalli, direttore sanitario della Clinica Santa Croce.

              Nel corso della conferenza sarà anche presentato il progetto Interreg – Young Inclusion che ha permesso la collaborazione transfrontaliera tra i diversi enti coinvolti nel progetto che ha introdotto il Metodo GET® per la prima volta in Svizzera.

              Al termine della conferenza si darà ampio spazio alle domande del pubblico con una tavola rotonda che vedrà protagonisti al dott. Visintini e alla dott.ssa Fumagalli anche il dott. Luigi Campagner, psicoanalista e presidente della Cooperativa “La Clessidra” e “Il Sentiero” che porterà una importante testimonianza relativa alle comunità terapeutiche ed educative.

              Partecipazione gratuita. Per iscrizioni all’evento compilare il modulo sottostante oppure inviare una mail all’indirizzo eventi@santacroce.ch indicando il proprio nome e cognome.

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                  Link utili:

                  Una risposta al Disturbo Borderline e alla Disregolazione Emotiva: il Metodo GET®

                  Nell’ambito del progetto Young Inclusion di Interreg, il Metodo GET® è stato introdotto a Settembre 2021 alla Clinica Santa Croce.

                  Il Disturbo Borderline e la Disregolazione Emotiva sono una crescente causa di sofferenza giovanile in Svizzera ed in Ticino. Un disturbo complesso, ricco di sfumature e con una casistica sempre più giovane in termini di età media, necessita di cure specifiche ed innovative. Motivo per cui la Clinica Santa Croce, in collaborazione con Young Inclusion e Interreg, ha intrapreso un percorso formativo di due anni sotto la supervisione del dott. Raffaele Visintini presso l’Ospedale San Raffaele di Milano, con lo scopo di allestire una Equipe di Cura specializzata per introdurre il Metodo GET® tra i percorsi di cura disponibili.

                  Ecco in questo video, i protagonisti delle terapie specialistiche del Metodo GET®, che ci illustrano il metodo di cura nelle sue peculiarità: dalla terapia di gruppo (elemento cardine del trattamento) ai colloqui individuali periodici, fino alla terapia di supporto per la famiglia, i genitori ed i caregivers.

                  Links utili:

                  Metodo Get® alla Clinica Santa Croce, Interreg, Young Inclusion, Associazione Get®

                  Intervista alla dott.ssa Sara Fumagalli sul quotidiano La Regione del 1 Aprile 2022.

                  La dott.ssa Fumagalli è stata intervistata per il quotidiano La Regione sul delicato tema dell’autolesionismo giovanile. L’articolo, a cura di Simonetta Caratti, esplora attraverso tre toccanti testimonianze (Melanie, Nicole e Rachele) le dinamiche di un fenomeno preoccupante, sempre più diffuso tra i nostri giovani, e sulle soluzioni proposte dal territorio.

                  L’articolo è disponibile a questo link.
                  Fonte: La Regione


                  “Mi odio, mi taglio braccia e gambe, solo così sto meglio”

                  Melanie, Nicole e Rachele raccontano l’inferno dell’autolesionismo. Più casi in psichiatria di giovanissimi che si feriscono per far uscire l’angoscia

                  di Simonetta Caratti

                  Armati di lametta, vanno in bagno e di nascosto si tagliuzzano braccia e gambe. Scacciano il dolore col dolore: «Faceva male, faceva bene. Appena vedo il sangue uscire, anche l’angoscia esce fuori, passa la rabbia, passa l’imbarazzo, ma poi mi sento in colpa». Malgrado la vergogna, Melanie, Nicole e Rachele hanno trovato il coraggio di parlarne sul nostro giornale, ci aiutano a capire il ‘cutting’, come lo chiamano gli esperti, un inferno invisibile, ma purtroppo sempre più diffuso, che preoccupa gli psichiatri. Mi faccio male per non sentire il vuoto, per punirmi, per scaricare la rabbia. La pelle diventa un foglio su cui disegnare la propria sofferenza. C’è chi nasconde le cicatrici con maniche lunghe. C’è chi le esibisce, come un guerriero della mente. Tutte sono state ricoverate alla clinica Santa Croce dove hanno iniziato un percorso di cura. «Assistiamo 3-4 giovani ogni settimana, è un fenomeno in aumento che ci preoccupa», dice la psichiatra Sara Fumagalli direttrice sanitaria della struttura di Locarno.

                  La storia di Melanie

                  «Vedi queste cicatrici…, raccontano la mia storia. Quando sto bene, le guardo e sono fiera del coraggio che ho avuto. Sono ancora qui», mi dice Melanie Diserens, 21 anni, mostrandomi i suoi avambracci. Ci incontriamo in un bar a Locarno. La sua voce è ferma, il suo sguardo piantato nel mio. Si apre con schiettezza, tuffandosi nel suo doloroso passato per riportare in superficie pezzi di vita. «La prima volta che mi sono fatta male avevo 13 anni, mi sentivo esplodere, tanta era la rabbia che avevo dentro. Era un dolore insopportabile, tagliarmi lo rendeva più gestibile, lo faceva diminuire, era come farlo scorrere fuori assieme al sangue», spiega scegliendo con cura ogni parola. È una ragazza alta e ben radicata. Da piccolina era sicuramente la più alta della classe. «Sì e mi prendevano in giro per questo e perché venivo dalla Svizzera francese. Mi vedevano come un’estranea». Dai 9 ai 16 anni, Melanie (nella foto) ha vissuto a Ponto Valentino, aveva pochi amici e in casa c’era tensione tra i genitori. «Ero molto sola, non avevo quasi amici e non mi sentivo al sicuro a casa mia. Mi tenevo tutto dentro. Soffrivo di sbalzi d’umore, di ansia e avevo attacchi di panico. Mi tagliavo le braccia e nascondevo le ferite con maglie a maniche lunghe. Mia madre non si è accorta di nulla», precisa. Aveva 14 anni ed era molto brava a scuola. Poi è iniziato il mal di schiena, era talmente forte che l’ha bloccata un anno a letto. «Pensavano fosse psicosomatico, i medici mi dicevano che era l’ansia. Mi sembrava di impazzire a restare 24 ore su 24 a letto, paralizzata dal male». Più tardi, gli specialisti scoprono che soffre di spondilolistesi (ossia lo scivolamento di una vertebra lombare rispetto alla vertebra sottostante). Provata nel corpo e nella mente, viene ricoverata all’ospedale Civico a Lugano per disturbi psichiatrici. Dopo tre mesi, inizia una nuova vita in un istituto a Tenero, dove l’aiutano a finire gli studi e rendersi indipendente. «Il mio sogno è fare l’attrice» mi confida. Di tanto in tanto tiene spettacoli con bolas e catene infuocate. Una sorta di giocoliera tra le fiamme. Sul suo braccio sinistro c’è un tatuaggio con un cuore in fiamme. «Mi rappresenta bene, ogni emozione mi brucia, la sento amplificata nel bene e nel male».

                  ‘La pandemia mi ha mandato in tilt’

                  Il fondo, come dice lei, l’ha toccato durante il lockdown nel 2020, quando nel suo appartamento si è ritrovata sola. «La situazione ha risvegliato in me il periodo che ero bloccata a letto, scatenando molte paure. Avevo crisi di ansia molto forti, faticavo a seguire le lezioni e ho ripreso a ferirmi, arrivavo a farlo tutti i giorni», racconta. A peggiorare la situazione si aggiunge la separazione dei suoi genitori, che lei vive come un abbandono. Una bomba esplode dentro Melanie. Le sembra di convivere con un demone chiuso nella sua testa. «La cosa peggiore era che pensavo di meritarmi tutto quel dolore e più di una volta ho pensato di farla finita». Iniziano i ricoveri (tre in tutto) alla clinica Santa Croce ad Orselina dove le viene diagnosticato un disturbo della personalità borderline. «È stato un sollievo sapere che ero malata e non era tutta una mia invenzione». Melanie riesce a dare gli esami e finire la scuola commerciale. Dai momenti più bui sono passati 7 mesi, oggi Melanie ha un compagno, non si ferisce e ha deciso di occuparsi della sua salute. Segue un corso alla clinica Santa Croce per capire quali pensieri scatenano le sue crisi e come gestirle, condivide le sue esperienze su Tik Tok, ha un lavoretto. «Vedo i progressi e sono contenta», dice prima di lasciarci. La borsa a tracolla e via, se ne va in palestra. Osservo la sua camminata sicura, di chi ha imparato, un passo alla volta, a rialzarsi con coraggio.

                  La testimonianza di Rachele

                  Rachele, 22 anni, mi mostra il suo diario, ci sono annotati i pensieri più intimi, quello che prova quando arriva una crisi che la obbliga a tagliarsi; vedo dei post-it colorati che segnano i passaggi più importanti, uno è rosa come i suoi capelli, mi legge quella pagina. «Non escono le lacrime, non esce il dolore che mi opprime il petto, mi sento imprigionata in un corpo e una mente malati. Mi taglio, mi brucio, sfrego le mani contro il muro, per far uscire quel dolore. Sto meglio per un momento, ma allo stesso tempo non voglio guarire, perché come paziente qui mi sento accolta e capita. C’è chi si occupa di me». Il mondo fuori fa paura, la clinica diventa un sicuro rifugio. Incontro Rachele alla clinica Santa Croce di Locarno dove è ricoverata per un tentativo di suicidio. Mi offre, come benvenuto, un mini cake al cioccolato, ci sediamo in una saletta. Aprirsi le costa fatica. Vuole farlo come atto di solidarietà verso chi soffre come lei. «Fammi parlare, se hai domande mi interrompi», dice col timore di cambiare idea e tornare in camera sua. La sua voce è calma, tutto in lei esprime una grande pacata dolcezza.

                  ‘Non so come chiedere aiuto’

                  Malgrado i voti alti, non ha terminato il liceo. «I docenti mi dicevano se non passi tu non passa nessuno. Non capivano che io non reggevo lo stress degli esami, avevo continui attacchi di panico». Non completa gli studi e si trova un lavoro. Va per un po’, poi esplode l’angoscia, la pandemia accentua forse un malessere sempre più pesante. Con sua madre i rapporti sono difficili. «Lei lavorava e da piccola ero spesso a casa da sola. Non avevo un dialogo con lei, ora sto provando a costruirlo». Dopo un primo tentativo di suicidio finisce in clinica. Ne esce e ci riprova. Ora è alla Santa Croce. «Quando sono nella crisi più nera non so come chiedere aiuto. Nel migliore dei casi mi taglio, nel peggiore vado oltre».

                  ‘Mi coprivo per evitare il giudizio altrui’

                  Indossa una maglia a maniche corte, osservo le sue braccia solcate da ferite e bruciature. Sono lì a testimoniare il suo percorso di guerriera. Se ne accorge. «Mi copro, se ti infastidisce», dice. Non sono infastidita ma rattristata da tanta sofferenza. «All’inizio mi coprivo, per evitare il giudizio degli altri, per non dover dare spiegazioni». In clinica nessuno fa domande indiscrete. Tutti sanno, tutti capiscono; tutto è più semplice. «Ho iniziato a tagliarmi durante un ricovero nei momenti più difficili. Vedevo il sangue e mi calmavo. Volevo trasportare nel corpo, quell’insopportabile dolore mentale». Coi genitori non riusciva a parlarne. «Non sono mai riuscita a farlo. È un’amica infermiera che mi ha convinto a chiedere aiuto». Rachele è in una fase delicata del suo percorso. Davanti a sé ha un periodo in un foyer. «So che è difficile comprendere perché una persona si ferisce. Avevo una compagna di scuola che lo faceva. A quei tempi, anche io, non capivo». Prima di lasciarci riapre il suo diario. Legge un altro pensiero: «Mi odio, mi disprezzo, arriverà mai la pace per me». Mi spiega: «Nel mio dolore io mi sentivo sola. Ero arrabbiata, mi sentivo in colpa e mi facevo male». Rachele ha iniziato un percorso di cura di gruppo, dove imparare strategie diverse per placare la sua angoscia di vivere.

                  La storia di Nicole

                  ‘La lametta era la mia droga’

                  «Odiavo me stessa, volevo farmi male, perché pensavo di meritarlo. Quando ero molto triste e tanto arrabbiata mi tagliavo le braccia fino a far uscire il sangue, mi sembrava di allontanare anche la sofferenza e sentivo meno ansia», ci racconta Nicole C., 21 anni.

                  ‘Appena lo fai, ti senti meglio, ma poi…’

                  Indossa una maglietta nera con maniche corte. Sulle sue braccia sono ben visibili le cicatrici, alcune superficiali, altre più profonde. È la sua mappa del dolore, non la nasconde. Il suo sguardo è calmo quando mi confessa: «È come una droga, appena ti senti male vuoi sfogarti con una lametta. Appena lo fai ti senti meglio, ma dopo dieci minuti ti accorgi che non è giusto, i tagli bruciano, devi mettere delle bende e l’angoscia è ancora lì». Ripercorriamo insieme la sua adolescenza. Al primo taglio aveva 14 anni. «Soffrivo di crisi depressive e attacchi di panico, l’adolescenza è stata un vero inferno, non mi sono goduta la mia età».

                  ‘Non riuscivo a parlarne con mia madre’

                  La scuola per Nicole è un lungo calvario. Mi dice che la bullizzavano e i numeri le facevano venire il mal di pancia: «Alle Medie la docente di matematica mi prendeva di mira, non riuscivo a fare calcoli semplici e mi diceva davanti a tutta la classe che ero una fallita. Io non sapevo come difendermi». Più tardi alla giovane viene diagnosticato un problema di discalculia. «Ho iniziato a soffrire di attacchi di panico, prendevo ansiolitici, ma presto ho perso il controllo». Dall’uso, Nicole scivola velocemente nell’abuso delle pillole per lenire l’ansia e le crisi.

                  La madre è molto preoccupata, vede i tagli sulle braccia di Nicole, legge la sofferenza della figlia sempre più chiusa nel suo mutismo.

                  «Odiavo il mio corpo. Oltre a ferirmi, vomitavo il cibo. Mi vergognavo, non riuscivo a parlarne coi miei genitori. Mia madre si arrabbiava molto quando vedeva i tagli. Solo in clinica sono riuscita ad aprirmi, a parlare della lametta». Alla clinica Santa Croce di Locarno, per la prima volta, la sofferenza della giovane trova un nome e una diagnosi: disturbo della personalità ‘borderline’. «In clinica mi tagliavo di più, forse perché anche gli altri lo facevano, inoltre quando sanguini gli infermieri ti curano, mi piaceva che si occupavano di me, mi piaceva essere al centro dell’attenzione», ricorda.

                  ‘Ho deluso molte persone che amo, vedere i miei genitori piangere mi ha dato la forza di smettere, ci sto provando’

                  È da un mese che Nicole non si ferisce più. Ha un aspetto curato, le unghie sono pitturate, sul braccio ha tatuato un fiore sbocciato, ma il suo preferito è sul ventre. Mi mostra un enorme serpente. Anche lei spera di cambiar pelle, di lasciar andare un passato carico di momenti bui. Qualcosa dentro Nicole ha fatto clic. «Ho deluso molte persone che amo, vedere i miei genitori piangere mi ha dato la forza di smettere, ci sto provando. So che non devo ferirmi, so di aver davvero esagerato». In tasca ha un diploma di venditrice, sa parlare l’inglese che ha rispolverato con un soggiorno in Inghilterra, ma non ha un lavoro e per ora percepisce l’assistenza. Una situazione che vorrebbe cambiare. «Sto aspettando una risposta dalla Croce Rossa, mi sono candidata come volontaria per aiutare chi scappa dalla guerra in Ucraina», ci spiega.

                  ‘L’autolesionismo qui è ancora un tabù’

                  Il suo volto si illumina, mentre ci parla dei suoi sogni. «Il mio hobby è fare tatuaggi, potrei farlo come lavoro, ma prima devo stare meglio». In clinica ci va due volte la settimana, segue dei corsi, c’è l’ergoterapista, le pastiglie sono gestite dalla madre. «Mi rendo conto di essere fortunata, oggi ho diversi punti di appoggio, la mia famiglia mi sta vicino e in clinica sono davvero bravi». Oggi ha il coraggio di parlare delle sue cicatrici. «Voglio aiutare chi non sa, perché l’autolesionismo è ancora un tabù»

                  La psichiatra

                  ‘Scacciano il dolore col altro dolore’

                  Alla clinica psichiatrica Santa Croce a Locarno arrivano sempre più ragazzi in difficoltà. I nuovi ricoveri a settimana sono 3-4. Molti si infliggono lesioni e la psichiatra Sara Fumagalli è davvero preoccupata: «Questi ragazzi si sentono sbagliati, sono arrabbiati e si autopuniscono», dice la direttrice sanitaria della struttura.

                  Perché tanti adolescenti si tagliano gambe e braccia?

                  Questa urgenza di procurarsi dolore tagliuzzando la pelle (‘cutting’), strappandosi capelli, unghie, bruciandosi, vomitando, abusando di sostanze fino a star male… ha più spiegazioni, una è anche biologica. Segue lo stesso principio dell’agopuntura: stimolando le vie del dolore si attivano risposte endogene (il rilascio di ormoni come endorfine, ossitocina, dopamina) che leniscono il dolore stesso. Il dolore che cura il dolore. Ferirsi con una lametta è un modo per star meglio, per spegnere i pensieri, per sfuggire all’angoscia. Sembra un paradosso ma è quello che succede. Ovviamente esistono altri modi più sani per rilassarsi.

                  Si odia se stessi, il mondo e ci si ferisce per far uscire rabbia, dolore mentale, per punirsi?

                  Lo fanno per avere un sollievo. Da un lato c’è una ribellione verso una società che ha pressanti aspettative e non permette loro di essere se stessi. Questi ragazzi si sentono sbagliati, sono arrabbiati e si autopuniscono.

                  Vedete più casi?

                  C’è un considerevole aumento. Abbiamo 3-4 nuovi ricoveri a settimana di giovani con queste problematiche. Abbiamo avuto una crescita del 20% dei casi. Con l’azzeramento della vicinanza fisica, la pandemia ha fatto esplodere un malessere soggiacente. Nei loro disegni questi ragazzi chiedono più contatto fisico: non pastiglie, ma abbracci.

                  C’è anche esibizionismo o piuttosto una richiesta di aiuto?

                  Lavare la colpa punendo il corpo, è un retaggio antico del nostro collettivo. Come, quando e perché farlo è invece mutato. Ferirsi dà un sollievo temporaneo ma è anche un modo per attirare l’attenzione altrui. È un processo inconscio: mi ferisco e finalmente mio padre si occupa di me, mi ascolta, mi parla. Se funziona, lo rifaccio. Di regola, non c’è la volontà di farla finita. Chi si ferisce, non vuole più sentire il vuoto interiore, vuole smettere di soffrire. Dobbiamo ridare contenuti e significato alla vita stessa.

                  Tagliarsi può essere una crisi passeggera adolescenziale o è una spia da non sottovalutare?

                  Mai sottovalutare questi gesti. Sono segnali che esprimono un disagio. Ai genitori consiglio di non mostrarsi spaventati, di non reagire con apprensione, di non giudicare perché così facendo si rischia di fare ancora più danni. Occorre invece dare un significato alla richiesta di aiuto. Chi non viene ascoltato per anni o magari viene frainteso diventa un sopravvissuto e li vediamo arrivare in maggiore età in psichiatria, l’unico posto dove si sentono sicuri. E questo è decisamente aberrante.

                  Riguarda soprattutto le ragazze?

                  Il ragazzo tende a sfogare la rabbia all’esterno, le ragazze vivono intimamente la sofferenza. Entrambi sono immersi in un mondo adulto che ha rimosso il dolore, dove soffrire è un tabù, non puoi piangere, ma devi reagire e andare avanti. Si fatica a entrare in contatto con la sofferenza, riconoscerla, capire che fa parte della vita, darle un significato. Ai genitori consiglio di stare vicino ai propri figli quando soffrono, insegnare loro che sono delle fasi, dare loro gli strumenti per uscirne. A questi ragazzi manca la capacità di riflettere sui propri stati d’animo, non sopportano di deludere mamma e papà e quando succede si sentono sbagliati.

                  A quanti anni si inizia a farsi del male?

                  Gli esordi sono in età preadolescenziale, verso i 13 anni, quando un giovane entra nel mondo adulto ma è sprovvisto degli strumenti per affrontare scelte e frustrazioni. Il vuoto creato dall’angoscia lo riempie agendo, facendosi male.

                  Che cosa può fare un genitore?

                  Questi ragazzi cercano l’ascolto, emotivamente sono dei sopravvissuti. Alcuni genitori ci dicono che non riescono a entrare in contatto emotivo con il loro figlio: davanti alle braccia ferite stanno zitti o dicono ‘devi reagire’, alcuni non hanno proprio gli strumenti per aiutarli vuoi per mancanza di empatia, vuoi perché troppo giudicanti. Ai genitori consigliamo di seguire percorsi di gruppo di auto aiuto coordinati da una psicologa, li facciamo anche qui in clinica.

                  Come aiutate in clinica questi ragazzi?

                  Seguono un percorso con varie fasi. Prima li aiutiamo a imparare strategie alternative per lenire la sofferenza, per riempire il vuoto, come sfogare rabbia senza tagliarsi. Quando imparano a controllarsi, inizia la fase di riflessione. Li aiutiamo a dare un significato alle emozioni (anche alla rabbia) senza entrare nel giudizio; lavoriamo anche sulla consapevolezza del loro corpo con tecniche di mindfulness. Infine c’è la psicoterapia di gruppo e si lavora sulle relazioni, sui vissuti, su come costruire un’identità solida e integrata che li aiuta a entrare nel mondo degli adulti con una direzione più definita. Sarebbe opportuno fare prevenzione nelle scuole medie.

                  Intervista alla dott.ssa Anna Saito, esperta nei disturbi dello Spettro Autistico presso la Clinica Santa Croce, e a Patrizia Berger, presidente dell’associazione asi.

                  In occasione della Giornata Mondiale della consapevolezza sull’Autismo (oggi 2 Aprile 2022) abbiamo deciso di approfondire questa tematica molto variegata e spesso mal interpretata con due interviste a due figure chiave, appartenenti a due mondi diversi ma, come vedremo, entrambe fondamentali nella sfera d’azione di questo disturbo.

                  Intervista ad Anna Saito

                  La prima intervista è rivolta alla dott.ssa Anna Saito, psichiatra della Clinica Santa Croce ed esperta di Disturbi dello Spettro Autistico. Grazie alla sua formazione specialistica la Clinica Santa Croce è in grado di prendere a carico pazienti con disturbo dello spettro autistico con un percorso personalizzato che può essere ambulatoriale o stazionario a seconda della necessità dell’utente, della famiglia e nel rispetto della rete territoriale già coinvolta nella cura.

                  Che cos’è l’autismo? Quali sono i modi per riconoscerlo e perché è importante che il riconoscimento avvenga il prima possibile?

                  L’autismo è un disturbo del neurosviluppo, geneticamente determinato, le cui cause sono ancora ignote. Questo è un disturbo che viene diagnosticato da un punto di vista dell’osservazione dei comportamenti, in quanto le persone con autismo producono comportamenti cosiddetti atipici in tutte le fasi della loro vita.

                  La diagnosi si basa sull’osservazione del soggetto attraverso l’analisi delle varie aree di sviluppo e viene affiancata da alcuni test diagnostici e funzionali che aiutano lequipe di cura a trovare le abilità che sono da sviluppare e quelle che invece sono già sviluppate, monitorandone anche l’andamento nel tempo. Grazie a queste scale di valutazione viene determinato l’approccio terapeutico abilitativo o riabilitativo.

                  Prima la diagnosi avviene, meglio è. Un bambino, sia con sviluppo tipico che con sviluppo atipico, presenta una fase di vita (compresa tra i 2-3 anni) in cui le sinapsi si moltiplicano in modo esponenziale e di conseguenza apprende più cose, più abilità. Iniziare presto significa mettere il bambino nelle condizioni migliori per apprendere fin da subito quelle abilità che l’autismo rende difficili da sviluppare.

                  Per esempio, la comunicazione e le abilità sociali (il cui apprendimento normalmente avviene in maniera implicita tramite l’osservazione degli altri individui) nell’autismo necessitano uno specifico approccio educativo poiché il bambino da solo non è in grado di apprendere il linguaggio in maniera naturale. Quindi è necessario fin da subito diagnosticare l’autismo perché da li inizia un percorso abilitativo altamente specializzato che può dare dei grossissimi risultati positivi, come per esempio l’abilità di sviluppare un linguaggio funzionale.

                  La famiglia (o il caregiver) svolge un ruolo fondamentale e specifico nel corso della vita di una persona autistica. Non tutti purtroppo sono preparati a questo tipo di intervento e non possono fare affidamento solo sul proprio istinto. Esistono degli esperti, delle istituzioni, delle associazioni in grado di fornire un Parent-training che li aiuti nel comprendere il processo educativo che i loro figli necessitano?

                  Un genitore svolge un ruolo educativo nei confronti dei propri figli e molto spesso si affida al proprio buon senso ed ai modelli genitoriali che abbiamo sperimentato nella nostra storia. L’autismo purtroppo mette a dura prova questi modelli e anche le abilità genitoriali: ciò che nella neurotipicità si acquisisce in modo naturale e spontaneo, va invece insegnato in maniera specifica e seguendo procedure speciali e altamente strutturate. I genitori si ritrovano quindi nella condizione di educare bambini che in risposta al loro processo educativo presentano delle reazioni per loro strane o stravaganti e che non sono in grado di gestire, in questo caso necessitano sicuramente dell’aiuto di un professionista.

                  Un aiuto ai genitori è rappresentato dai Parent-Training, che devono essere guidati dall’equipe che solitamente accompagna il bambino nel processo di abilitazione o riabilitazione. Un altro aiuto qui nel Canton Ticino è rappresentato dalle associazioni come asi e le fondazioni come ARES che si occupano di autismo e che sono in grado di aiutare i genitori a trovare delle figure di riferimento, delle guide, per interfacciarsi all’educazione senza incorrere in errori che possono aggravare la situazione sul lungo periodo. Le vere difficoltà infatti vengono fuori, non tanto quando un bambino è piccolo, ma quando questi bambini diventano adolescenti e poi adulti, ovvero quando la necessità di placare e contenere comportamenti aggressivi è necessaria perché i possono diventare pericolosi per sé e per gli altri. Quando il bambino non è in grado di autodeterminarsi diventa un adulto incapace di autodeterminarsi e quindi la frustrazione e lo stress emotivo a cui va incontro possono essere forieri di comportamenti molto disfunzionali.

                  Come può essere affrontata la questione della Psicofarmacologia? Eiste una terapia farmacologica in grado di aiutare la condizione delle persone Autistiche?

                  L’autismo, proprio perché non se ne conosce la causa non può essere curato farmacologicamente. L’ambito in cui viene utilizzata la Psicofarmacologia è quello del contenimento, ovvero la gestione di comportamenti disfunzionali e di stress emotivi incontenibili. In questo modo si riesce ad abbassare il livello e il grado di sofferenza soggettiva che la persona manifesta. È limitata quindi l’azione degli Psicofarmaci, quello che invece funziona di più, gli approcci che sono più “curativi”, sono proprio gli approcci educativi. Su questo argomento ci sono numerosi studi che dimostrano l’efficacia di certi approcci con base educativa che si servono di procedure e strumenti che vengono suggeriti proprio dall’analisi del comportamento applicata.

                  Intervista a Patrizia Berger

                  Oltre ai medici e ai professionisti è centrale il ruolo della famiglia nel processo terapeutico ed educativo di chi ha un disturbo dello spettro autistico. Ma, come abbiamo detto, la famiglia non può fare affidamento solamente su sé stessa: un altro aiuto arriva dalle associazioni come asi (Autismo Svizzera Italiana). Ne parliamo con Patrizia Berger, che da anni ormai si pone l’obiettivo di aiutare le famiglie favorendo il dialogo con i servizi che operano sul territorio, fornendo ascolto e accompagnamento attraverso i gruppi di Auto Aiuto e l’Antenna Autismo Ticino.

                  Si parla spesso dei dottori che hanno un ruolo fondamentale nel fornire un aiuto a chi ha un disturbo dello spettro autistico attraverso le diagnosi precoci, i training e le terapie ma spesso si tralascia il ruolo e la forza delle associazioni come asi. Di cosa vi occupate nel dettaglio e quanto è importante il contributo che offrite a chi ha bisogno di aiuto?

                  Il primo grande aiuto è l’ascolto, l’accoglienza del bisogno che le persone esprimono affinché non si sentano sole ad affrontare un momento di difficoltà e possano essere orientate versoi servizi che operano sul territorio. Offriamo inoltre un accompagnamento nella quotidianità offrendo occasioni d’incontro nel tempo libero, vacanze e gruppi di Auto Aiuto. Come evidenziato nel nostro KIT, cerchiamo di informare, formare ed accompagnare.

                  L’informazione è fondamentale affinché le persone che vivono questa condizione possano essere in grado di fare le scelte migliori per sé e per i propri cari. Informare non solo chi ne è direttamente coinvolto ma anche la popolazione, invitandola ad avvicinarsi a guardare con occhi attenti per vedere quello che si cela dietro un comportamento, un’apparenza che può disorientare. Proprio con questo obiettivo abbiamo pensato al progetto Teatro di Quartiere, che verrà presentato in occasione della Giornata Mondiale per la consapevolezza dell’Autismo, il 2 Aprile 2022 a Lugano presso il LAC (Lugano Arte e Cultura) nell’ambito del progetto LAC edu. Maggiori informazioni qui.

                  L’informazione da sola infatti non basta; c’è sempre bisogno di qualcuno che fornisca strumenti e strategie tramite affinché possiamo agire in modo appropriato. Il ruolo dell’associazione è quindi fondamentale ma a condizione che sia inserito all’interno di una rete di professionisti perché, trattandosi di un disturbo che richiede conoscenze specifiche, è essenziale non improvvisare o interpretare.

                  L’accompagnamento è un altro aspetto molto importante affinché le famiglie non si sentano sole e possano fare affidamento su una rete di professionisti pronti a fornire tutto il supporto medico, psicologico e terapeutico necessario, ma anche di altre famiglie che vivono la loro stessa preoccupazione e difficoltà, disponibili a confrontarsi e ad aiutarsi condividendo anche momenti di sollievo quali le vacanze e gli atelier creativi proposti da asi.

                  L’iniziativa del Quartiere Solidale si propone di fornire un aiuto per costruire una comunità  attenta ai bisogni soprattutto di chi vive una condizione di fragilità, ma soprattutto di favorire l’inclusione di chi è “diverso”. Un nuovo progetto che è ancora agli albori, ma con grandi aspettative per il futuro. Qual’è il vostro sogno?

                  Il sogno è che il quartiere possa avere uno sguardo attento su chi si trova in difficoltà e dove le persone possano trovare accoglienza attraverso gesti semplici quali un saluto, un momento di ascolto, una passeggiata insieme. Il nostro sogno è quello di una comunità dove sperimentare una inclusione trasversale; dove le persone mettano a disposizione il loro tempo, i loro saperi e le loro passioni per offrire momenti di incontro attraverso azioni semplici quali le serate cinema (alle quali ha partecipato la Dr. Med. Anna Saito e altri professionisti, leggi l’articolo qui), i pranzi condivisi, i pomeriggi animati dal gruppo Cantiamo insieme. A volte basta un caffè in compagnia con i Volontari del Quartiere in uno dei ristoranti che a Breganzona si sono resi disponibili ad accoglierci e ad esporre ad esempio i presepi e i lavori realizzati dai nostri figli; un modo semplice per aiutarsi tra cittadini condividendo bisogni e risorse.

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